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Arnoldo Foà

Attore e Doppiatore

Nascita
Scomparsa

Riposa a Cimitero acattolico di Roma

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Il rito

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Così la famiglia sa chi l'ha acceso.

L’8 settembre 1943 gli italiani che ascoltavano la radio degli Alleati sentirono annunciare l’armistizio con la voce di Arnoldo Foà, annunciatore della radio degli Alleati. Si era rifugiato a Napoli dopo cinque anni passati a lavorare sotto falso nome, perché per le leggi razziali un attore ebreo non poteva più recitare con il proprio nome.

Era nato a Ferrara il 24 gennaio 1916, secondogenito di Valentino Foà e di Dirce Levi, in una famiglia ebraica; lui, quanto a religione, si dichiarò sempre ateo. Verso il 1919 la famiglia si trasferì a Firenze. Qui prese il diploma di ragioniere e aiutò il padre nel negozio di ferramenta, mentre sul palcoscenico saliva appena quindicenne, nelle filodrammatiche, e frequentava la scuola di recitazione «Luigi Rasi» diretta da Raffaello Melani. Verso i vent’anni, senza voglia di prendere in mano la ferramenta, partì per Roma e nel 1937 superò il provino per il Centro sperimentale di cinematografia: compagni di corso Andrea Checchi, Pietro Germi, Clara Calamai.

Non finì il corso. Nel 1938 le leggi razziali lo cacciarono dalla scuola. Debuttò fra i professionisti nel dicembre di quell’anno, sostituendo un collega in Dodicesima notte di Shakespeare all’Eliseo, e dovette farlo con il nome di Puccio Gamma. Per anni lavorò così, con nomi finti (Arnaldo Galli, Carlo Arnoldi, Alberto Benini), come sostituto di attori malati nelle compagnie più importanti, imparando il mestiere alla bottega di Luigi Cimara e di Wanda Capodaglio. Tornò a recitare con il proprio nome nel dicembre del 1944, in La brava gente di Irwin Shaw, e poi con Luchino Visconti in La quinta colonna di Hemingway.

Divenne una voce prima ancora di essere un volto. Alla Rai recitò per decenni radiodrammi e sceneggiati; doppiò Anthony Quinn, John Wayne, Peter Ustinov, Toshiro Mifune, e la sua voce per Quinn fu così riconoscibile che persino le società di doppiaggio rivali la volevano. Alla metà degli anni Cinquanta incise il Lamento per Ignacio Sánchez Mejías di García Lorca: quel disco della Fonit Cetra superò il milione di copie e valse il Disco d’oro. Nel 1957 debuttò come autore e regista con la commedia Signori, buonasera. In oltre cento film lavorò con Orson Welles ne Il processo, con Jacques Deray in Borsalino, con Ettore Scola in Gente di Roma, che gli diede un Nastro d’argento. In televisione, nel 1972 e nel 1973, condusse Ieri e oggi, con la sua risata omerica; ne I racconti del Maresciallo recitava con l’amata pipa.

Nel 1994 vendette tutto quello che aveva e partì per Mahé, alle Seychelles, per quasi quattro anni. Tornò in Italia nel 1998, e quell’anno stesso un rovescio finanziario lo costrinse a rimettersi al lavoro, a ritmi serrati. Dipingeva, scolpiva, teneva una mostra a Mantova. Nel 2003 il monologo teatrale Novecento lo riportò alla ribalta, a ottantasette anni. Per raccontare la propria vita ai suoi cari scrisse l’Autobiografia di un artista burbero, uscita nel 2009. Si spense a Roma, all’ospedale San Filippo Neri, l’11 gennaio 2014, pochi giorni prima di compiere novantotto anni, dopo un’improvvisa crisi respiratoria. La camera ardente e il funerale laico si tennero nella Protomoteca del Campidoglio.

Riposa al Cimitero acattolico di Roma, a Testaccio, a pochi passi dalla Piramide Cestia. Il Cimitero è chiamato anche «degli artisti e dei poeti», e lui, che ai poeti prestò la voce, ci sta bene. Prima di andare conviene ascoltare una sua incisione di Dante o di Lorca: quel timbro caldo e leggermente nasale è la strada più corta per capire chi fu. All’ingresso, i volontari del centro visitatori danno le guide e organizzano le visite.

Dove riposa

Cimitero acattolico di Roma, Roma (RM)

Da dove viene quello che c'è scritto

Immagine: Roberto Becheri, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons (ritagliata dalla Redazione)

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