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Carlo Ubbiali

Pilota motociclistico italiano

Nascita
Scomparsa

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Il rito

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Carlo Ubbiali nacque a Bergamo e prese confidenza con le moto da ragazzino, aiutando il padre nella sua concessionaria. La sua prima gara fu anche la prima vittoria e la prima tragedia: nel 1946 vinse la Coppa di Bergamo con i fratelli Franco e Maurizio, ma al ritorno dai festeggiamenti due amici persero la vita in un incidente d’auto. Nel 1947 tagliò per primo il traguardo al Gran Premio delle Mura con una DKW 125 in prestito, ma fu squalificato perché minorenne.

Nel 1948, come meccanico della concessionaria MV Agusta a Milano, prese il posto di un pilota mancante nella corsa del circuito della Fiera Campionaria e arrivò secondo dietro a Nello Pagani; ottenne lo stesso risultato alla gara di riapertura del circuito di Monza, e la casa di Cascina Costa gli diede un posto in squadra. L’anno dopo conquistò un oro alla Sei Giorni in Galles e fu terzo nelle Valli Bergamasche e nel neonato Motomondiale, classe 125. Quando l’aumento di ingaggio gli fu rifiutato passò alla Mondial: nel 1950 vinse il Gran Premio dell’Ulster a Dundrod, la sua prima vittoria iridata, e fu secondo nel campionato 125.

Dal 1951 cominciò la serie dei trionfi: in dieci stagioni vinse nove campionati mondiali, sei nella 125 e tre nella 250. Dal 1952 corse per la MV Agusta e vi rimase per il resto della carriera; in cinque occasioni conquistò il titolo con il massimo dei punti possibili. Ottenne in tutto 39 vittorie e 68 podi, compresi cinque successi al Tourist Trophy sull’Isola di Man. Aveva due soprannomi: La Volpe, perché studiava l’avversario per metà gara prima di attaccare, e Il Cinesino, per la statura piccola e gli occhi a mandorla. Fu chiamato anche «il professore di Assen», perché in Olanda salì sul podio in nove gare su dieci.

Si ritirò alla fine del 1960, dopo il nono titolo, per la scomparsa del fratello Maurizio, che lo seguiva da sempre come manager e consigliere tecnico, e per la decisione di sposarsi, ritenendo incompatibile il mestiere di pilota con quello di padre. Tornò a Bergamo, all’officina paterna, e restò una voce ascoltata nell’ambiente. Si prese cura del giovane conterraneo Giacomo Agostini e lo raccomandò al Conte Domenico Agusta nel 1964.

Morì a Bergamo, la sua città, dopo aver guidato la moto in varie manifestazioni fino agli 85 anni. Chi ripercorre la sua carriera trova un campione lucido, interessato più al titolo che alla vittoria della singola gara, ma anche pronto a spingere la moto a mano per arrivare in fondo.

Da dove viene quello che c'è scritto

Immagine: Joop van Bilsen / Anefo, CC0 (Wikimedia Commons)

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