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Ennio Flaiano

Sceneggiatore, Scrittore e Giornalista italiano

Nascita
Scomparsa

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Il rito

Per lasciare un gesto serve entrare: bastano pochi istanti.

Così la famiglia sa chi l'ha acceso.

Ennio Flaiano nacque a Pescara il 5 marzo 1910, nella città vecchia, in una casa di corso Manthonè che ancora oggi porta una targa: una casa semplice, di mattoni, molto meno famosa di quella dove era nato D’Annunzio, e forse più adatta a lui. Il Dizionario biografico racconta un’infanzia che non fu felice. Il padre, commerciante, era legato a un’altra donna e andò a vivere con lei; la madre, in una famiglia ormai incrinata, mandò il bambino a cinque anni a Camerino, presso una famiglia estranea, e poi in una serie di collegi: Senigallia, Fermo, Chieti, un anno a Brescia. Un ragazzo abituato a cambiare banco e a guardare le case degli altri dal di fuori.

Ennio Flaiano con la pipa, in una fotografia degli anni Sessanta di autore ignoto, su Wikimedia Commons, pubblico dominio (PD-Italy)
Ennio Flaiano con la pipa, in una fotografia degli anni Sessanta di autore ignoto, su Wikimedia Commons, pubblico dominio (PD-Italy) — Autore sconosciuto, Public domain. Wikimedia Commons

Nel 1922 prese un treno per Roma e si trovò in carrozza con una folla di camicie nere dirette alla marcia: ne avrebbe tratto, anni dopo, aneddoti da raccontare agli amici. Roma doveva diventare la città di tutta la sua vita, amata e detestata nello stesso respiro. Il padre voleva che diventasse geometra; lui fu bocciato agli esami nel 1927, l’anno dopo ottenne il diploma del liceo artistico, si iscrisse ad architettura e la lasciò senza laurearsi. Si fece le ossa altrove: come aiuto scenografo nel teatro di Bragaglia, nelle osterie, al caffè Greco e all’Aragno, dove il pittore Orfeo Tamburi divenne l’amico di una vita. Il primo articolo, una recensione, gli fu chiesto nel 1931 da Mario Pannunzio. Ne uscì un solo pezzo, perché il settimanale fu sospeso; ma Pannunzio sarebbe tornato più volte nella sua vita.

Nell’autunno del 1935 partì per l’Etiopia da sottotenente. Lì scrisse un quadernetto di appunti, Aethiopia, fra il novembre di quell’anno e il maggio successivo: restò inedito finché visse. Tornato in Italia, un esaurimento nervoso lo riportò dai suoi, a Pescara. Quando la madre morì, nel febbraio 1938, i ritorni nella città d’origine si fecero sempre più rari.

Nel 1940 sposò Rosetta Rota, insegnante di matematica. Due anni dopo nacque la figlia Luisa, che in casa chiamavano Lelè. Nei primi mesi di vita la bambina si ammalò di una grave encefalopatia, e quel dolore non lo lasciò più. Il Dizionario biografico dice che accentuò il fondo malinconico del suo carattere dietro l’apparenza brillante e socievole; Wikipedia ricorda che alcune delle sue pagine più belle, su questa ferita, stanno nella Valigia delle Indie. Le spese e le cure pesarono anche sul lavoro: la lunga distanza dal romanzo, dice la stessa voce, dipese in parte da necessità economiche legate alla malattia della figlia.

Il cinema arrivò dalla porta di servizio. Nel 1942 collaborò a un documentario su Pio XII, poi alla sceneggiatura di un film con Lattuada. Dopo l’8 settembre 1943, richiamato alle armi, si nascose ad Anticoli Corrado con la famiglia e due amici pittori. Nel 1944 Pannunzio lo volle a Risorgimento liberale. Alla fine di quell’anno si trasferì a Milano, dove Leo Longanesi, appena diventato editore, gli diede un anticipo e una scadenza per un romanzo. A marzo del 1947 il manoscritto era consegnato, scritto, secondo Wikipedia, in appena tre mesi. In luglio Tempo di uccidere vinse la prima edizione del premio Strega.

Il libro è la storia di un giovane tenente che si perde nel deserto dell’Etiopia e porta con sé, fino a casa, un’ombra di dubbio e di colpa. Non somiglia al romanzo di quegli anni: il Dizionario biografico lo avvicina a certa narrativa esistenzialista e lo mette accanto a Landolfi, a Buzzati, a Savinio, in una corrente non realista e non impegnata. Per molti anni non tornò a un racconto lungo.

Dal 1949 fu redattore capo del Mondo, il settimanale di Pannunzio, dove scriveva anche di cinema; se ne allontanò nel 1951 per fare lo sceneggiatore a tempo pieno. Lavorò a poco meno di sessanta film. Con Monicelli ottenne il premio per la sceneggiatura a Cannes nel 1952, per Guardie e ladri. Con Fellini, che conosceva dai tardi anni Trenta, fu fra gli autori dei copioni di tutti i film, da Luci del varietà (1950) a Giulietta degli spiriti (1965): inventò il soggetto dei Vitelloni e partecipò da vicino alla Dolce vita. Secondo il Dizionario biografico la sua ironia da moralista faceva da correttivo alla tendenza di Fellini all’abbandono fantastico e sentimentale.

Ennio Flaiano, a sinistra, con Federico Fellini e Anita Ekberg durante le riprese della Dolce vita, 1960, in una fotografia della Gazzetta del Popolo, su Wikimedia Commons, pubblico dominio
Ennio Flaiano, a sinistra, con Federico Fellini e Anita Ekberg durante le riprese della Dolce vita, 1960, in una fotografia della Gazzetta del Popolo, su Wikimedia Commons, pubblico dominio — Gazzetta del Popolo, Public domain. Wikimedia Commons

Roma gli restava addosso anche quando la lasciava: Il Foglio, ricordandolo nel 2022, scrive che la Via Veneto della Dolce vita nasce in buona parte dal suo immaginario. Una battuta che gli si attribuisce riassume il suo sguardo sulla città: a Roma si viene in cerca di un lavoro, poi si trova un impiego. Nel 1954 pubblicò sul Mondo il racconto di Kunt, un marziano che atterra vicino a Villa Borghese: i romani lo festeggiano, lo ricevono nei salotti, perfino il papa gli concede un’udienza, poi si stancano di lui, lo ignorano, lo deridono, finché lo convincono a ripartire. Nel 1960, al Lirico di Milano, la commedia tratta da quel racconto fu accolta da fischi e pernacchie. Il Dizionario biografico dice che fu un vero fiasco. Prima di tornare sul palcoscenico lasciò passare più di dieci anni.

Dal 1954 ebbe una rubrica sul Mondo, il Diario notturno, e dal 1956 scrisse sul Corriere della sera. Nelle pagine di quegli anni, dice il Dizionario biografico, descrive il costume italiano del boom, la noia, la degradazione dell’individuo nella società di massa, e non sopporta le mode ideologiche né l’intellettuale schierato, di qualsiasi colore. Viaggiò molto: visse a lungo a Parigi e a New York, volò negli Stati Uniti per l’Oscar di 8½. Scrisse un film da Proust per René Clément: non fu mai girato.

Nel marzo del 1970 un primo infarto lo costrinse a fermarsi. Scrisse fra i suoi appunti: «Tutto dovrà cambiare». Andò a vivere da solo in un residence, con pochi libri, e cominciò a mettere in ordine le sue carte, ma gran parte di quel materiale sarebbe uscita dopo di lui. Nel giugno del 1972 a Spoleto andò in scena La conversazione continuamente interrotta, con buon esito. Il 5 novembre pubblicò sul Corriere l’ultimo articolo, di carattere autobiografico. Quindici giorni dopo, il 20 novembre, mentre era in clinica per alcuni accertamenti, un secondo infarto gli fu fatale. Aveva sessantadue anni.

Riposa nel Cimitero di Maccarese, presso Roma, nella tomba di famiglia, con la moglie e la figlia. Lo scrivono Wikipedia e Il Foglio, e nel 2021 Quotidiano.net, raccontando il degrado di quel Cimitero, ricordava che lì riposa anche lui. Wikipedia nota che quella tomba, ai margini della città, sembra confermare il rapporto difficile con Roma. Il suo archivio è conservato a Pavia; un fondo di film, disegni e carte è custodito a Lugano. A Pescara, nel 1974, nacque a suo nome un premio; in via delle Caserme, nel centro storico, c’è il suo busto in bronzo, tra colonne di pietra bianca. A Fregene c’è dal 2016 un largo con il suo nome.

Il monumento a Ennio Flaiano nel centro storico di Pescara, in via delle Caserme, in una fotografia di Freegiampi, su Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.5
Il monumento a Ennio Flaiano nel centro storico di Pescara, in via delle Caserme, in una fotografia di Freegiampi, su Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.5 — Freegiampi, CC BY-SA 2.5. Wikimedia Commons

Di lui restano le frasi che tutti ripetono senza sapere da dove vengano, e un modo di guardare l’Italia con affetto e senza indulgenza.

Dove riposa

Cimitero di Maccarese (Fiumicino/Roma), tomba di famiglia

Da dove viene quello che c'è scritto

Immagine: Autore ignoto, PD-Italy (da Wikimedia Commons) (Wikimedia Commons)

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