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Farinelli

Cantante lirico

Nascita
Scomparsa

Riposa a Cimitero della Certosa, Bologna

Un QR per raggiungere questa memoria

Il rito

Per lasciare un gesto serve entrare: bastano pochi istanti.

Così la famiglia sa chi l'ha acceso.

Nell’estate del 1737, a Madrid, un uomo di trentadue anni cominciò a cantare ogni notte per un Re che non riusciva più a uscire dalla malinconia. Le arie erano sempre le stesse, otto o nove. La prima era «Pallido il sole». Cantando da una stanza lontana e poi, sera dopo sera, da una sempre più vicina alla porta, Carlo Broschi, detto Farinelli, convinse Filippo V a lavarsi, a farsi radere, a tornare a vivere. In cambio il Re gli chiese di restare e di non cantare mai più in pubblico.

Era nato ad Andria il 24 gennaio 1705. Il padre Salvatore morì nel 1717, e poco dopo il ragazzo fu sottoposto alla castrazione, probabilmente voluta dal fratello Riccardo, che era compositore. A Napoli studiò canto con Nicola Porpora. A quindici anni debuttò nella serenata Angelica e Medoro, il cui testo era il primo lavoro teatrale di Pietro Metastasio. I due si chiamavano a vicenda «caro gemello» e rimasero amici per tutta la vita. Il nome d’arte gli venne forse da una famiglia di avvocati napoletani, i Farina, che lo protessero negli studi. Nel 1722 cantò a Roma. A Bologna, nel 1727, si trovò a duettare con il celebre Antonio Bernacchi, di vent’anni più anziano. Il vecchio ripeté ogni trillo del giovane e lo abbellì ancora, e il giovane gli chiese lezioni.

Nel 1734 arrivò a Londra e cantò all’Opera della Nobiltà. Nel primo spettacolo c’era un’aria scritta per lui dal fratello, Son qual nave. La prima nota, attaccata piano, crebbe a poco a poco fino a riempire il teatro e poi si spense in un filo. Il pubblico applaudì per cinque minuti buoni. Una dama, da un palco, gridò: «Un Dio, un Farinelli!». Nei suoi anni londinesi i guadagni, fra paga e regali, superarono le cinquemila sterline. Poi arrivò l’invito della Regina di Spagna.

Rimase in Spagna ventidue anni. Con Ferdinando VI divenne direttore dell’opera di corte e, nel 1750, Cavaliere dell’Ordine di Calatrava. Organizzò feste, fuochi d’artificio e illuminazioni con sessantamila candele. Sul Tago, ad Aranjuez, cantava a bordo di una barca dorata mentre il Re o la Regina lo accompagnavano al clavicembalo. Collaborò con Domenico Scarlatti, e le sue lettere sono la fonte di quasi tutto quello che sappiamo di prima mano su quel musicista. Nel 1759 il nuovo Re Carlo III chiuse l’opera e lo congedò. Gli lasciò per tutta la vita lo stipendio.

Tornò a Bologna, dove aveva ottenuto la cittadinanza nel 1732 e dove aveva costruito una villa fuori Porta Lame. La casa era piena di quadri, tra cui opere di Velázquez, Murillo e Ribera, e di clavicembali. Ne aveva battezzati alcuni con nomi di pittori: Tiziano, Raffaello, Correggio. Possedeva anche un violino di Stradivari. Lo vennero a trovare Charles Burney, Casanova, Leopold e Wolfgang Mozart. Ma restò solo e malinconico. A chi lo pregava di scrivere le memorie rispondeva: «Mi basta che si sappia che non ho avuto pregiudizi su nessuno».

Morì a Bologna nel 1782, pochi mesi dopo Metastasio. Il giorno non è certo: il 15 luglio o il 16 settembre. Per testamento fu sepolto con il mantello dell’Ordine di Calatrava, in una chiesa dei Cappuccini dove oggi sorge Villa Revedin. Nel 1810 la pronipote Maria Carlotta Pisani fece trasportare i suoi resti alla Certosa, e nel 1850 fu sepolta nella stessa tomba. Nel 2000 la tomba è stata restaurata. Il 12 luglio 2006 è stata aperta, per studiare le ossa e scoprire i segreti della voce. La villa è stata demolita nel 1949, ma a Bologna un parco porta il suo nome. Chi visita la Certosa lo trova in un chiostro, e può poi ascoltare un’incisione di Son qual nave.

Dove riposa

Cimitero della Certosa, Bologna, Bologna (BO)
Certosa di Bologna, chiostro (resti traslati nel 1810, tomba restaurata nel 2000)

Da dove viene quello che c'è scritto

Immagine: Bartolomeo Nazari (dipinto, 1734), pubblico dominio. Wikimedia Commons (ritagliata dalla Redazione)

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