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Gino Bartali

Ciclista su strada italiano

Nascita
Scomparsa

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Il rito

Per lasciare un gesto serve entrare: bastano pochi istanti.

Così la famiglia sa chi l'ha acceso.

Gino Bartali nacque a Ponte a Ema, alle porte di Firenze, il 18 luglio 1914, terzo dei quattro figli di Torello e Giulia Sizzi (Treccani, Wikipedia in inglese). Le sorelle si chiamavano Anita e Natalina; il fratello minore, Giulio, nacque nel 1916 (Treccani). A undici anni gli serviva un mezzo per raggiungere la scuola media in città, e la prima bicicletta se la comprò con i suoi guadagni, aiutato dal padre e dalle sorelle (Enciclopedia dell’Olocausto del museo di Washington). Nel 1931, a diciassette anni, vinse la sua prima corsa (stessa fonte). Wikipedia aggiunge che il soprannome «Ginettaccio» gli venne dal carattere impulsivo e polemico.

I fratelli Giulio, a sinistra, e Gino Bartali davanti alle biciclette, prima del 1936. Fotografia della famiglia Bartali, su Wikimedia Commons, pubblico dominio
I fratelli Giulio, a sinistra, e Gino Bartali davanti alle biciclette, prima del 1936. Fotografia della famiglia Bartali, su Wikimedia Commons, pubblico dominio — Bartali family, Public domain. Wikimedia Commons

Anche Giulio correva, ancora fra i dilettanti. Il 16 giugno 1936 morì dopo due giorni di agonia: un’auto che veniva in senso contrario lo aveva investito alla fine di una gara (Treccani). Wikipedia in inglese data l’incidente al 14 giugno. Gino aveva appena vinto il suo primo Giro d’Italia, e per alcuni giorni pensò sul serio di lasciare le corse (Wikipedia, Wikipedia in inglese). Rimase in sella e chiuse la stagione vincendo il Giro di Lombardia (Wikipedia, Wikipedia in inglese).

Nel 1938 il Tour lo fece correre quasi per obbligo: la Federazione ciclistica lo mandò in Francia anche se non si sentiva pronto (Museo di Washington, RSI), e Wikipedia scrive che a spingerlo fu il regime fascista. Vinse. Fu in maglia gialla fino a Parigi e si prese anche il premio della montagna (Treccani). Al ritorno, però, non dedicò la vittoria a Mussolini e non ebbe gli onori che ci si aspettava (Museo di Washington, RSI); l’AGI scrive che preferì ringraziare la Madonna.

Gino Bartali in salita al Tour de France del 1938, in una fotografia del 19 luglio di quell'anno. Autore ignoto, agenzia Fulgur Photo-Press, archivio Spaarnestad, su Wikimedia Commons, pubblico dominio
Gino Bartali in salita al Tour de France del 1938, in una fotografia del 19 luglio di quell'anno. Autore ignoto, agenzia Fulgur Photo-Press, archivio Spaarnestad, su Wikimedia Commons, pubblico dominio — Fulgur Photo-Press. Fotograaf onbekend/Unknown photographer. Collectie SPAARNESTAD PHOTO, Public domain. Wikimedia Commons

Il 14 novembre 1940 si sposò a Firenze; durante il viaggio di nozze i due furono ricevuti da Pio XII (Treccani). L’Italia era in guerra da cinque mesi. A ottobre Bartali era stato richiamato, ma per un’aritmia cardiaca lo misero a fare la staffetta, e così poté continuare ad allenarsi (Museo di Washington, RSI).

Nel settembre del 1943, con i tedeschi in Toscana, fu proprio il cardinale Dalla Costa, arcivescovo di Firenze, a proporgli di portare documenti falsi e fotografie nascosti nel telaio della bicicletta, con gli allenamenti a fare da copertura. Così racconta il museo di Washington, e Bartali accettò. Yad Vashem lo colloca dentro una rete ebraico-cristiana guidata dal rabbino Nathan Cassuto insieme al cardinale: una rete che salvò centinaia di ebrei del posto e profughi arrivati da Francia e Jugoslavia. Il suo compito era quello del corriere: portava carte falsificate da una città all’altra, e fra i destinatari c’era lo stesso rabbino (Yad Vashem). Treccani parla di viaggi fra la curia fiorentina e i francescani di Assisi; il museo di Washington elenca anche Lucca, Genova e Roma, e racconta che ai posti di blocco distraeva le guardie parlando di ciclismo.

Nel luglio del 1944 fu portato a Villa Triste, a Firenze, come sospetto (Museo di Washington, Wikipedia). Wikipedia parla di tre giorni e di un interrogatorio sulle lettere del Vaticano; l’AGI scrive di più arresti fra il settembre 1943 e l’agosto 1944. Per gli ultimi mesi dell’occupazione, riferiscono più fonti, in una sua cantina trovò rifugio una famiglia ebrea di origine istriana, fino alla liberazione di Firenze, l’11 agosto 1944 (Museo di Washington, AGI, Wikipedia, Sky TG24).

Quante persone si salvarono grazie a lui non si sa con precisione. Yad Vashem scrive «centinaia», riferendosi a tutta la rete; ottocento è la cifra della medaglia d’oro al merito civile alla memoria, che per Treccani è del 2005 e per Wikipedia e Sky TG24 del 2006, e l’AGI la ripete. Il 23 settembre 2013 Yad Vashem annunciò il riconoscimento di Giusto tra le Nazioni (Yad Vashem, AGI).

Lui non ne parlò quasi mai. «Il bene si fa ma non si dice», avrebbe detto al figlio (AGI, RSI). Il figlio racconta che per molto tempo non disse nulla nemmeno in famiglia (RSI); il museo di Washington scrive che gli confidò soltanto pochi particolari e che il suo ruolo venne fuori dopo la morte. All’AGI risulta che spiegò di non badare alla fede di chi aiutava, ebrei, musulmani o altri.

La guerra gli aveva tolto anni preziosi, ma al ritorno vinse ancora. Nel 1946 conquistò il terzo Giro d’Italia, con 47 secondi di vantaggio su Fausto Coppi (Treccani, Wikipedia). Nel 1940 le cose erano andate al contrario: Bartali aveva voluto Coppi come gregario alla Legnano, era caduto, e si era messo al suo servizio (Wikipedia, Sky TG24).

Gino Bartali in corsa su una strada sterrata, intorno al 1945. Fotografia di autore ignoto, Mondadori, su Wikimedia Commons, pubblico dominio
Gino Bartali in corsa su una strada sterrata, intorno al 1945. Fotografia di autore ignoto, Mondadori, su Wikimedia Commons, pubblico dominio — Unknown (Mondadori Publishers), Public domain. Wikimedia Commons

Al Tour del 1952, durante una tappa, i due si passarono una borraccia. Chi la porse a chi non fu mai chiarito, e le versioni sono due: per Wikipedia in inglese, che parla dell’Izoard, Bartali sosteneva di averla data lui e che da Coppi non aveva mai ricevuto nulla (Wikipedia in inglese, RSI). Per l’RSI, Bartali disse: «Eravamo avversari, ma ci volevamo bene». Nel 1959, da direttore sportivo della San Pellegrino, ingaggiò proprio Coppi (Treccani, Wikipedia).

Nel 1948 aveva trentaquattro anni, ed era l’unico dei grandi italiani al Tour (Wikipedia). Il 14 luglio, giorno di riposo della corsa, a Roma spararono a Palmiro Togliatti, segretario comunista (Treccani). Il Paese era in tensione. Si racconta che quella sera De Gasperi telefonasse a Bartali per chiedergli un’impresa: per Treccani è una leggenda non confermata, per La Nazione e Wikipedia è un fatto. Il 15 luglio Bartali vinse sull’Izoard e a Briançon, e il 16 arrivò da solo ad Aix-les-Bains, passando in testa davanti a Louison Bobet (Treccani); per Wikipedia gli dovette togliere oltre venti minuti. Vinse il Tour, con sette tappe, dieci anni dopo il primo (Treccani, La Nazione).

Secondo molti, quella vittoria aiutò a calmare l’Italia (Wikipedia, RSI, Il Nordest, La Nazione). Giulio Andreotti, citato da Wikipedia in inglese, la mise così: dire che il Tour evitò la guerra civile è eccessivo, ma è certo che quel giorno Bartali contribuì ad alleggerire la tensione.

Nell’ottobre del 1953, a Cermenate, un incidente d’auto rischiò di costargli la gamba destra (Wikipedia). L’ultima corsa fu a Città di Castello, che durante la guerra lo aveva ospitato da sfollato: il 28 ottobre 1954 per Treccani, il 28 dicembre per Wikipedia. Il 9 febbraio 1956 annunciò il ritiro (Treccani). Anni dopo, scrive Wikipedia, in difficoltà economiche e indicato per un vitalizio statale, rifiutò con una lettera: sarebbe stato ingiusto verso i compagni con cui aveva diviso le fatiche.

Morì a Firenze, dove abitava in piazza Cardinale Elia Dalla Costa, il 5 maggio 2000, nel primo pomeriggio, a 85 anni, per un attacco di cuore (Quotidiano.net, Wikipedia, RSI; Treccani parla di abitazione fiorentina e di familiari accanto a lui).

È sepolto nel Cimitero di Ponte a Ema, il paese dove era nato (Quotidiano.net, Il Messaggero, Wikipedia). Il 5 maggio 2020, vent’anni dopo, il Comune di Firenze lo ricordò con una cerimonia davanti alla tomba, benedetta dal parroco (Il Messaggero, FirenzeToday). Nello stesso paese c’è il Museo del ciclismo che porta il suo nome (TuttoBiciWeb).

Dove riposa

Cimitero di Ponte a Ema (Firenze), paese natale

Da dove viene quello che c'è scritto

Immagine: Angelo Cozzi, Firenze, marzo 1963 (da Wikimedia Commons), pubblico dominio (secondo Commons) (Wikimedia Commons)

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