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Giulio Andreotti

Politico italiano

Nascita
Scomparsa

Riposa a Cimitero monumentale di Campo Verano, Roma

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Il rito

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Da ragazzo soffriva di emicranie fortissime e aveva una salute fragile. Avrebbe voluto fare il medico, ma rinunciò per l’obbligo di frequentare i corsi e si iscrisse a Giurisprudenza, lavorando intanto in un ufficio che si occupava dell’imposta sui celibi. Era nato a Roma il 14 gennaio 1919, in via dei Prefetti 18, ultimo dei figli di una coppia originaria di Segni.

Il padre, maestro elementare, morì quando lui aveva due anni. Nel 1934 morì di polmonite anche la sorella Elena, a diciannove anni: dopo quel lutto Giulio andò a Todi dal Vescovo Alfonso Maria De Sanctis, pensando di prendere i voti, poi rinunciò. Si laureò in Giurisprudenza il 10 novembre 1941 con 110 su 110 e una tesi di diritto canonico. Alla FUCI, la federazione degli universitari cattolici, diresse la rivista Azione Fucina dal luglio 1939 e fu Presidente dell’associazione dal 1942 al 1944. Nella Biblioteca vaticana conobbe Alcide De Gasperi, e raccontò: «Io non sapevo chi fosse quel signore. Lui sapeva invece che dirigevo il giornale degli universitari cattolici».

Il 16 aprile 1945 sposò Livia Danese nella cappella delle suore benedettine di Priscilla; ebbero quattro figli. Nel 1946 entrò all’Assemblea Costituente e nel 1947 De Gasperi lo nominò Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, incarico che tenne fino al 1954. Si occupò di cinema e di sport: fece rinascere il CONI e gli diede l’autonomia finanziaria con il Totocalcio, e sostenne Cinecittà con la legge del 1949. Nel 1954 fu Ministro dell’Interno a trentacinque anni, il più giovane nella storia della Repubblica. Nel 1958 diventò Presidente del comitato organizzatore delle Olimpiadi di Roma del 1960.

Fu Presidente del Consiglio sette volte, per un totale di 2652 giorni. Il primo governo, nel 1972, non ottenne la fiducia e si dimise dopo nove giorni. Il terzo, nel 1976, fu detto «della non sfiducia» perché si reggeva sull’astensione dei partiti dell’arco costituzionale. Il quarto ottenne la fiducia il 16 marzo 1978, lo stesso giorno del rapimento di Aldo Moro. Dal 1983 al 1989 fu Ministro degli Esteri; poi guidò i suoi ultimi due governi, dal 1989 al 1992. Nel 1991 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo nominò Senatore a vita. Sotto le pressioni di quegli anni dichiarò che era «meglio tirare a campare che tirare le cuoia».

Negli anni Novanta fu processato a Palermo per associazione mafiosa e a Perugia come presunto mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. A Palermo il Tribunale lo assolse il 23 ottobre 1999. La Corte d’appello, il 2 maggio 2003, dichiarò prescritto il reato di associazione per delinquere per i fatti anteriori alla primavera del 1980 e confermò l’assoluzione per quelli successivi; la Cassazione confermò. Nel processo di Perugia la Cassazione lo assolse con formula piena il 30 ottobre 2003. Intanto scriveva: dal 1945 in poi pubblicò libri e diari, dal 1980 tenne la rubrica Bloc notes su L’Europeo, dal 1993 diresse la rivista 30 giorni. Nel 1976 fu il primo Presidente del Consiglio ospite di un talk show televisivo, e parlò con ironia del tifo per la Roma e della passione per le corse dei cavalli. Lo chiamavano «Divo Giulio». Di sé disse: «A parte le guerre puniche, mi viene attribuito veramente tutto».

Nel 2007 donò il suo archivio, circa 3500 faldoni, all’Istituto Luigi Sturzo. Il 29 aprile 2008, dopo la rinuncia dei due colleghi più anziani, presiedette la prima seduta del nuovo Senato. Morì nella sua casa di Roma il 6 maggio 2013, a novantaquattro anni. I funerali, privati, si tennero nella basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini. Riposa nel Cimitero monumentale del Verano, nel riquadro 149, tomba 35, nell’Arciconfraternita 2.

Dove riposa

Cimitero monumentale di Campo Verano, Roma (RM)
Cimitero monumentale del Verano, Roma, Arciconfraternita 2, riquadro 149, tomba 35

Da dove viene quello che c'è scritto

Immagine: Senato della Repubblica; pubblico dominio; Wikimedia Commons (ritagliata dalla Redazione)

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