Miriam Makeba
Cantante sudafricana
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Miriam Makeba, il cui nome completo era Zenzile Miriam Makeba, nacque il 4 marzo 1932 a Prospect, un sobborgo di Johannesburg, e fu la cantante sudafricana più nota del Novecento. Il pubblico la chiamò «Mama Africa». Cantava in xhosa, zulu, sotho e inglese, mescolando il jazz con i canti tradizionali, e per trent’anni, dopo l’annullamento del passaporto nel 1960, non poté rientrare nel proprio paese; la sua denuncia dell’apartheid davanti alle Nazioni Unite, nel 1963, le costò poi la cittadinanza. Morì a Castel Volturno, in provincia di Caserta, nella notte fra il 9 e il 10 novembre 2008, dopo un malore avuto sul palco durante un concerto. Aveva settantasei anni.
Sulla data c’è una nota da fare subito. Wikidata registra due date, il 9 e il 10 novembre 2008; Wikipedia in inglese scrive il 9, mentre Wikipedia in italiano, la Britannica e il Guardian indicano il 10. La spiegazione più semplice è che il malore sia avvenuto la sera del 9 e il decesso in clinica sia stato dichiarato dopo la mezzanotte: BlackPast scrive appunto che ebbe l’attacco di cuore il 9 e morì il giorno seguente. Per questo qui la ricordiamo il 9 novembre, con la precisazione della notte.
L’infanzia
Il padre, Caswell, era un insegnante di origine xhosa; la madre, Christina, apparteneva al popolo swazi e faceva la domestica presso famiglie bianche. Secondo Wikipedia in inglese, quando la bambina aveva diciotto giorni la madre fu arrestata e condannata a sei mesi di carcere per avere venduto birra di produzione casalinga, e la piccola trascorse con lei i primi sei mesi di vita dietro le sbarre. Il padre morì quando Miriam aveva circa sei anni. La famiglia si trasferì dalla nonna materna a Riverside, vicino a Pretoria, mentre la madre lavorava a Johannesburg.
Frequentò per otto anni la scuola metodista di Kilnerton, a Pretoria, e cantava nel coro. Raccontò in seguito di avere imparato a cantare in inglese prima di saperlo parlare. In casa girava molta musica: la madre suonava strumenti tradizionali, il fratello maggiore collezionava dischi di Duke Ellington e di Ella Fitzgerald. Lasciò la scuola per aiutare la famiglia e lavorò come bambinaia e come lavandaia.
Nel 1949 sposò James Kubay, un agente di polizia in addestramento, e l’anno dopo nacque la figlia Sibongile, detta Bongi. Il matrimonio durò circa due anni; secondo Wikipedia in inglese il marito la maltrattava. In quel periodo le fu diagnosticato un tumore al seno, che superò.
Gli inizi con i Manhattan Brothers
Cominciò a cantare in modo professionale nei primi anni cinquanta. Dopo un’esperienza con un gruppo di soli uomini, i Cuban Brothers, entrò nei Manhattan Brothers, una formazione di grande successo che univa canzoni sudafricane e brani ispirati alla musica afroamericana. Era l’unica donna. Con loro registrò nel 1953 il suo primo successo, «Lakutshon’ Ilanga». Nel 1956 formò un gruppo tutto femminile, le Skylarks, che fondeva armonie jazz e melodie tradizionali. Il sito della Polar Music Prize colloca la fondazione delle Skylarks nel 1958; Wikipedia in inglese parla del 1956. Le fonti divergono e qui non si sceglie.
Nel 1955 conobbe Nelson Mandela, allora giovane avvocato, che molti anni dopo ricordò di avere intuito che quella ragazza «sarebbe diventata qualcuno». Nel 1956 uscì «Lovely Lies», la versione inglese di quel primo successo, che fu il primo disco sudafricano a entrare nella classifica americana Billboard. Nel 1957 finì in copertina sulla rivista Drum. Nel 1959 interpretò la parte femminile principale in «King Kong», un’opera jazz ambientata nelle township, con Hugh Masekela fra gli attori; gli spettacoli erano visti da platee di bianchi e di neri insieme, cosa rara nel paese.
L’esilio
Nello stesso 1959 ebbe una breve apparizione nel film «Come Back, Africa» del regista americano Lionel Rogosin, girato in segreto contro l’apartheid. La invitarono alla Mostra di Venezia per la presentazione, e quel viaggio cambiò la sua vita. A Londra conobbe Harry Belafonte, che divenne il suo protettore artistico e la accompagnò negli Stati Uniti, dove debuttò in televisione e poi nei locali di New York.
Nel 1960, subito dopo il massacro di Sharpeville, venne a sapere che la madre era morta. Quando tentò di rientrare per il funerale scoprì che il passaporto sudafricano era stato annullato. Da allora restò fuori dal paese fino al 1990, trent’anni dopo. Nel 1963 e di nuovo nel 1964 parlò davanti al Comitato speciale delle Nazioni Unite contro l’apartheid, chiedendo sanzioni economiche e un embargo sulle armi. Per reazione i suoi dischi furono vietati in Sudafrica e le fu tolta la cittadinanza. Apolide, ottenne passaporti da vari paesi: secondo Wikipedia in inglese ne ebbe nove nel corso della vita e la cittadinanza onoraria di dieci stati.

Il suo repertorio comprendeva «Pata Pata», che divenne un successo mondiale quando uscì negli Stati Uniti nel 1967 (la canzone, secondo il sito della Polar, era stata scritta da Dorothy Masuka e incisa già nel 1956), «The Click Song», cioè «Qongqothwane», dal modo in cui il pubblico occidentale non sapeva pronunciare quel titolo xhosa, e «Malaika», che imparò nel 1964 da uno studente keniano. Nel 1966 vinse con Belafonte il premio Grammy per il disco «An Evening with Belafonte/Makeba», che raccontava la condizione dei neri sudafricani: fu la prima artista africana a ottenere quel riconoscimento. Al suo debutto al Village Vanguard di New York, in sala c’erano Miles Davis e Duke Ellington; strinse amicizia con Nina Simone e con Louis Armstrong.
La Guinea, la fine di un matrimonio e il ritorno in Europa
Nel 1968 sposò Stokely Carmichael, dirigente del movimento per i diritti civili e delle Pantere Nere. In America il pubblico bianco si allontanò, i concerti furono annullati, i servizi segreti si interessarono di lei, e quando la coppia si trovava alle Bahamas le fu rifiutato il visto per rientrare. I due si stabilirono in Guinea, dove Carmichael prese il nome di Kwame Touré. Makeba vi restò quindici anni, ospite del Presidente Ahmed Sékou Touré; nel 1975 fu delegata della Guinea alle Nazioni Unite e parlò all’Assemblea generale contro l’apartheid. Si separò da Carmichael nel 1973; il divorzio arrivò alla fine degli anni settanta. Nel 1976, dopo la rivolta di Soweto, cantava «Soweto Blues», scritta da Masekela.

La figlia Bongi morì nel 1985, dando alla luce un bambino. Makeba, rimasta con i nipoti, lasciò la Guinea, dove dopo la morte di Touré e il colpo di stato la situazione era cambiata, e si stabilì a Bruxelles. L’anno seguente Masekela la presentò a Paul Simon, e con lui partecipò alla tournée mondiale di «Graceland», che finì con i concerti di Harare nel 1987. Si fratturò una gamba durante il giro e continuò a cantare su una sedia a rotelle. La partecipazione fece discutere, perché il disco era stato inciso in Sudafrica e infrangeva il boicottaggio culturale che lei stessa appoggiava. Pubblicò anche l’autobiografia «Makeba: My Story», scritta con il giornalista James Hall.

Il ritorno a casa
Dopo la liberazione di Mandela, nel febbraio 1990, fu lui a convincerla a tornare. Secondo Wikipedia in inglese entrò in Sudafrica con passaporto francese il 10 giugno 1990 con un visto di sei giorni; il sito della Polar scrive invece che il rientro avvenne a dicembre 1990, e indica il primo concerto nel 1991, mentre per Wikipedia in inglese i due concerti di Johannesburg furono nell’aprile 1992. Su queste date le fonti non concordano, e qui ci si limita al 1990 per il ritorno. Nel 1991 uscì «Eyes on Tomorrow», con Dizzy Gillespie, con cui fece un giro del mondo; nel 1992 recitò nel film «Sarafina!», dedicato alla rivolta di Soweto, e vi interpretò la madre della giovane protagonista.
Nell’ottobre 1999 la FAO la scelse come ambasciatrice di buona volontà. Lavorò per i bambini colpiti dall’Aids e per le orfane, e fondò un centro per ragazze. Nel 2002 comparve nel documentario «Amandla!» sulla musica nella lotta contro l’apartheid. Nel 2004 uscì la seconda autobiografia. Nel 2005 annunciò il ritiro, ma continuò a esibirsi nonostante l’artrosi, spesso con il nipote Nelson Lumumba Lee e la sua band.

La morte
La sera del 9 novembre 2008 Makeba cantava a Castel Volturno, sul litorale casertano. Il concerto era stato organizzato per sostenere lo scrittore Roberto Saviano nella sua denuncia della camorra, ed era arrivato poco dopo l’uccisione di sei immigrati africani nella zona, secondo Wikipedia in italiano. Dopo avere cantato «Pata Pata» ebbe un attacco di cuore e fu portata nella clinica Pineta Grande, dove i medici non riuscirono a rianimarla. Il Guardian, che per la data indica il 10 novembre, scrive che aveva cantato per circa mezz’ora prima del malore.
L’eredità
La sua carriera sta fra la musica e la politica, e lei rifiutava di essere definita cantante politica. Disse: «Non canto di politica, canto la verità», e raccontava che nelle canzoni descriveva semplicemente la vita in Sudafrica. Il suo stile, senza trucco né capelli lisciati, contribuì a diffondere nel mondo quello che si chiamò «Afro look». Ricevette nel 1986 il Premio Dag Hammarskjöld, nel 2001 la medaglia d’oro Otto Hahn dell’associazione tedesca per le Nazioni Unite, il Polar Music Prize nel 2002, consegnato a Stoccolma dal Re Carlo XVI Gustavo insieme a Sofija Gubajdulina, e l’Ordine sudafricano per i meriti nel 2003. Rolling Stone l’ha inserita al cinquantatreesimo posto fra i duecento cantanti più grandi di tutti i tempi nel 2023. A Gand una piazza porta il suo nome dal 2014, e nel 2011 il regista finlandese Mika Kaurismäki le ha dedicato il documentario «Mama Africa».
Date da ricordare
- 4 marzo 1932: nasce a Prospect, vicino a Johannesburg.
- 1953: primo successo con i Manhattan Brothers.
- 1959: «King Kong» e «Come Back, Africa»; lascia il Sudafrica.
- 1960: dopo Sharpeville il passaporto sudafricano viene annullato.
- 1963 e 1964: parla davanti alle Nazioni Unite contro l’apartheid.
- 15 marzo 1966: Grammy con Harry Belafonte.
- 1968: sposa Stokely Carmichael e si trasferisce in Guinea.
- 1990: ritorna in Sudafrica dopo la liberazione di Mandela.
- 2002: Polar Music Prize.
- 9 novembre 2008: si sente male a Castel Volturno e muore nella notte fra il 9 e il 10.
1932–2008
Da dove viene quello che c'è scritto
- Wikipedia in italiano, Miriam Makeba consultata il 19 ottobre 2026
- Wikipedia in inglese, Miriam Makeba consultata il 19 ottobre 2026
- Wikidata, Q146256 consultata il 19 ottobre 2026
- Encyclopaedia Britannica, Miriam Makeba consultata il 19 ottobre 2026
- The Guardian, Miriam Makeba, necrologio consultata il 19 ottobre 2026
- South African History Online, Miriam Makeba consultata il 19 ottobre 2026
- BlackPast, Miriam Makeba (1932-2008) consultata il 19 ottobre 2026
- Polar Music Prize, Miriam Makeba consultata il 19 ottobre 2026
Immagine: Paul Weinberg, CC BY-SA 3.0 (Wikimedia Commons)
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