Renato Carosone
Cantautore e Pianista italiano
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Il rito
Un pensiero
Lascia un pensieroRenato Carosone nacque a Napoli il 3 gennaio 1920, in vico dei Tornieri, vicino alla piazza del Mercato, e sui registri si chiamava Carusone. Il padre lavorava alla biglietteria del Teatro Mercadante e suonava il mandolino nelle ore libere; in casa c’era un pianoforte, e il bambino cominciò da lì. A quattordici anni scrisse per la tastiera il suo primo brano, Triki-trak.

Il primo ingaggio fu in un teatrino di pupi, dove accompagnava al pianoforte le battaglie di Orlando e Rinaldo. Per i guerrieri cristiani che entravano in scena usava una marcia dalla Carmen, per i saraceni una dall’Aida, e per le mischie il galoppo del Guglielmo Tell: tre titoli, sera dopo sera. Negli intervalli rifaceva alla tastiera le canzoni del momento, e per questo, racconta il Dizionario biografico Treccani, lo chiamavano ’o maestrino. Poi lavorò come «ripassatore» alla casa editrice di E. A. Mario, cioè faceva sentire ai cantanti le canzoni nuove. Nel 1937, a diciassette anni, si diplomò in pianoforte al conservatorio di San Pietro a Majella.
Quello stesso anno, a fine luglio, si imbarcò sul piroscafo Tevere con una compagnia di varietà guidata da un capocomico, destinazione Massaua, in Eritrea. Il locale dove dovevano esibirsi era un ristorante-teatro frequentato da operai italiani del Nord: non capivano il napoletano, e dopo pochi giorni la compagnia si sciolse. Gli altri tornarono a casa. Carosone no. Salì ad Asmara, a più di duemila metri, e trovò posto come pianista in un’orchestra. Lì conobbe una ballerina veneziana che sarebbe diventata sua moglie, e la sposò a Massaua il 2 gennaio 1938. La guerra lo sorprese in Africa, e vi restò fino al 1946. In quegli anni, suonando per i soldati alleati nel night-club di un teatro di Asmara, imparò a memoria il repertorio americano, da Tea for Two a Blue Moon, fino a Begin the Beguine. Non lo sapeva ancora, ma era la parte più importante del suo futuro.
Tornato in Italia nell’estate del 1946, suonò per qualche anno nelle piccole orchestre da ballo di Napoli e di Roma. Il 28 ottobre 1949 inaugurò lo Shaker, un locale napoletano, con un trio: lui al pianoforte, il chitarrista olandese Peter Van Wood e il batterista Gegè Di Giacomo. Di quella sera si racconta che Gegè arrivò senza batteria, dicendo che l’aveva mandata a cromare, e che per rimediare mise insieme una sedia, un vassoio, tre bicchieri e un fischietto. Funzionò. Il primo provino con la Fonit andò male, ma la Pathé gli offrì un contratto, grazie a Sergio Bruni, e con quella casa uscirono più di cento dischi in dieci anni.
Il 3 gennaio 1954, quando la televisione italiana aveva appena quattro ore di vita, Carosone apparve sullo schermo con L’orchestra delle quindici, il primo programma di musica leggera della Rai. Il gruppo era cresciuto: da trio a quartetto, poi a sestetto, con Gegè a far ridere la sala con travestimenti e smorfie. Nacquero Maruzzella, su parole di Enzo Bonagura, e le parodie, come …e la barca tornò sola, che divenne più popolare dell’originale. Nel 1956, a Milano, incontrò il paroliere Nisa, e dalla loro intesa vennero Tu vuò fà l’americano, il ritratto ironico di chi sogna l’America nell’Italia del boom, poi Torero, Pigliate ’na pastiglia, Caravan petrol e ’O sarracino. La musica di Tu vuò fà l’americano, dicono le fonti, nacque in pochi minuti al pianoforte.

Fu uno dei pochi italiani a vendere dischi negli Stati Uniti senza cantare in inglese. Torero entrò nella hit parade americana e fu incisa da decine di artisti. All’inizio del 1958 il sestetto suonò alla Carnegie Hall di New York, e nel 1959, a San Paolo, si esibì in uno spettacolo insieme a Marlene Dietrich. Ma la sera del 7 settembre 1959, in una trasmissione della Rai, Serata di gala, annunciò che si ritirava. Il pubblico rimase sconcertato; la stampa avanzò ipotesi fantasiose, voti alla Madonna e storie di donne. Pochi giorni dopo spiegò sul settimanale Oggi che voleva «scendere dalla ribalta mentre sono ancora vivo», prima che gli spettatori si stancassero della sua faccia. Aggiunse che in America aveva sentito arrivare una rivoluzione musicale, e che non voleva trovarsi a inseguirla.
Visse lontano dai riflettori, e si mise a dipingere: s’era iscritto all’Accademia di Brera per stare vicino al figlio, che frequentava un corso di disegno, e scoprì per caso una passione che gli rimase per sempre. Riprese anche a studiare il pianoforte, Bach, Beethoven, Chopin, Liszt, per recuperare la tecnica degli anni del diploma. Continuò a scrivere con Nisa: Gondolì gondolà, al Festival di Sanremo del 1962, arrivò terza. Poi, per molti anni, non ci furono altri grandi successi.
Il 9 agosto 1975, alla Bussola di Marina di Pietrasanta, il locale che lui stesso aveva inaugurato vent’anni prima, tornò davanti al pubblico con un’orchestra di diciannove elementi, e la Rai trasmise la serata il 30 agosto. Negli anni Ottanta incise nuove canzoni, tornò a suonare in America e in Canada, e nel 1989 si presentò a Sanremo con ’Na canzuncella doce doce: finì quattordicesimo, ma era lì. Nel marzo del 1993 un aneurisma lo portò al San Camillo di Roma, dove fu operato. Si riprese, tornò al pianoforte, e nello stesso anno espose a Napoli i suoi quadri. Il 12 gennaio 1995, per i settantacinque anni, la Rai gli dedicò una serata al Mercadante, il teatro dove il padre aveva lavorato alla biglietteria. Il 26 ottobre 1996 a Sanremo gli fu consegnato il Premio Tenco, per il rinnovamento che aveva portato nella canzone napoletana. Nel 1999 Tu vuò fà l’americano risuonò in un film americano, Il talento di Mr. Ripley.
Gli ultimi anni furono segnati dal respiro, che gli dava pena. Morì a Roma, in casa sua, di domenica, il 20 maggio 2001, mentre riposava. I funerali si tennero due giorni dopo nella chiesa degli artisti, Santa Maria in Montesanto, in piazza del Popolo; secondo le fonti consultate, fu cremato. Il 6 luglio, a Napoli, si tenne il primo concerto in suo ricordo: dal 2002 è diventato un premio che porta il suo nome.
Aveva scelto di lasciare il palco mentre il pubblico lo applaudiva ancora, e le sue canzoni, scritte per far sorridere, si ascoltano oggi come allora. Cimiteri.Online lo ricorda con la sua musica.
Da dove viene quello che c'è scritto
- Wikipedia in italiano: Renato Carosone (consultata il 23/10/2026) consultata il 23 ottobre 2026
- Wikipedia in inglese: Renato Carosone (consultata il 23/10/2026) consultata il 23 ottobre 2026
- Treccani, Dizionario biografico degli italiani: Carosone, Renato (consultata il 23/10/2026) consultata il 23 ottobre 2026
- Wikimedia Commons: Renato Carosone (foto Augusto De Luca), CC BY-SA 2.0 (consultata il 23/10/2026) consultata il 23 ottobre 2026
- Wikimedia Commons: Renato Carosone and his band, pubblico dominio (consultata il 23/10/2026) consultata il 23 ottobre 2026
Immagine: Augusto De Luca, CC BY-SA 2.0 (da Wikimedia Commons) (Wikimedia Commons).jpg)
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