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Walter Bonatti

Alpinista, Esploratore e Giornalista italiano

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Walter Bonatti nacque a Bergamo il 22 giugno 1930, in una famiglia modesta che la guerra impoverì ancora. Da ragazzo si allenò alla ginnastica in una società di Monza, e quella forza e quell’equilibrio gli sarebbero serviti più di ogni altra cosa. Aveva diciotto anni quando, nell’estate del 1948, salì per la prima volta sulle rocce della Grigna, nelle Prealpi lombarde. Per vivere lavorava come operaio siderurgico alla Falck: la montagna restava per la domenica, spesso subito dopo il turno di notte del sabato. Le prime pareti le affrontò con attrezzi suoi, chiodi compresi, che si era fatto da sé.

Walter Bonatti sorride e saluta a Zermatt, nel 1965, con il Cervino alle spalle: la foto è di Mario De Biasi per la Mondadori, su Wikimedia Commons, pubblico dominio
Walter Bonatti sorride e saluta a Zermatt, nel 1965, con il Cervino alle spalle: la foto è di Mario De Biasi per la Mondadori, su Wikimedia Commons, pubblico dominio — Mario De Biasi (Mondadori Publishers), Public domain. Wikimedia Commons

In meno di due anni quel ragazzo entrò nella cerchia dei migliori scalatori d’Italia. Nel 1949 ripeté la parete nord-ovest del Pizzo Badile e salì lo sperone Walker delle Grandes Jorasses, in due giorni e con pochissimo materiale. Poi venne il Grand Capucin, una torre di granito rosso nel gruppo del Monte Bianco: due tentativi respinti dal temporale, e al terzo, nel luglio del 1951, la vetta, dopo una notte appeso in parete. Anni dopo l’austriaco Hermann Buhl, che l’aveva ripetuta, la giudicò la salita su granito più difficile in assoluto. Bonatti aveva ventun anni.

Nel 1954 era il più giovane della spedizione italiana al K2, guidata da Ardito Desio. Aveva ventiquattro anni, e il compito di portare le bombole d’ossigeno fino al campo alto, dove avrebbero dormito Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, i due scelti per la vetta. Ma quel campo fu piantato più su del punto concordato. Quando scese il buio, Bonatti si trovò con un portatore hunza, ormai stremato, a oltre ottomila metri, senza tenda né sacco a pelo, con una temperatura stimata intorno ai cinquanta gradi sotto zero. Passarono la notte all’aperto. Il compagno ne uscì con gravi congelamenti; Bonatti, raccontano le fonti, ebbe la fortuna di cavarsela illeso. All’alba scesero, e il giorno dopo due altri uomini raggiunsero la cima.

Quella notte gli costò più della fatica. La sua versione dei fatti contrastava con la relazione ufficiale della spedizione, e per molti anni una parte del mondo alpinistico lo guardò con diffidenza; lui rispose con i libri, a cominciare da Le mie montagne, e con una lunga battaglia per ristabilire cosa era accaduto. Nel 2004 il Club alpino italiano, dopo l’esame di una commissione di studiosi, rettificò la relazione di Desio accogliendo molte sue obiezioni, e nel 2008 riconobbe ufficialmente il ruolo che aveva avuto nella conquista della vetta. Bonatti dichiarò di non aver mai cercato una gloria personale, ma la verità su quella notte.

Intanto la montagna andava avanti. Nell’agosto del 1955, dopo due tentativi respinti dal maltempo, salì da solo una via nuova sul pilastro sud-ovest del Petit Dru: sei giorni di parete, cinque notti appeso. Quando la roccia, liscia, non gli lasciò più strada, annodò insieme cordini e pezzi di corda per ricavarne un rampino da lanciare, alla fine di un lungo pendolo, verso un appiglio. Secondo il racconto più diffuso ci provò una decina di volte, finché l’aggancio resse e poté uscire in vetta. Nello stesso anno entrò fra le guide di Courmayeur, dove si stabilì poco dopo.

Non fu solo una storia di imprese. Nel Natale del 1956 salì in invernale sulla Brenva, nel Monte Bianco, con un compagno di cordata; sulla stessa montagna c’era un’altra coppia di alpinisti, Jean Vincendon e François Henry. Una tempesta di violenza rara li colse in quota. Bonatti e il suo compagno, quest’ultimo con i piedi congelati, furono raggiunti e salvati dalle guide il 30 dicembre al rifugio Gonella; Vincendon e Henry non ce la fecero, nonostante i soccorsi, bloccati dal maltempo, e un elicottero che cadde sul ghiacciaio. Nel 1961, al Pilone Centrale del Frêney, un’altra tormenta durata più di una settimana fermò a un centinaio di metri dalla cima una cordata mista italo-francese: sette uomini, di cui tre tornarono a valle. Fra i quattro che non tornarono c’era l’amico Andrea Oggioni.

Il 6 agosto 1958, con Carlo Mauri, raggiunse la vetta ancora vergine del Gasherbrum IV, nel Karakorum, a 7.925 metri, in una spedizione guidata da Riccardo Cassin. Nell’agosto del 1964 salì con un compagno la parete nord della Punta Whymper, alle Grandes Jorasses, in quattro giorni di scalata. E il 18 febbraio 1965 partì da solo, in pieno inverno, sulla parete nord del Cervino: cinque giorni dopo uscì in cima, avendo aperto una via nuova di milleduecento metri, la prima salita solitaria e la prima invernale di quella parete. Aveva trentacinque anni. Subito dopo annunciò che chiudeva con l’alpinismo estremo, e la Presidenza della Repubblica gli conferì la medaglia d’oro.

Bonatti in vetta al Gasherbrum IV, il 6 agosto 1958, in una fotografia di Carlo Mauri tratta da Le mie montagne, su Wikimedia Commons, pubblico dominio
Bonatti in vetta al Gasherbrum IV, il 6 agosto 1958, in una fotografia di Carlo Mauri tratta da Le mie montagne, su Wikimedia Commons, pubblico dominio — Carlo Mauri, Public domain. Wikimedia Commons

Aveva smesso di scalare, ma non di andare lontano. Per più di vent’anni, fino al 1979, viaggiò per il settimanale Epoca come inviato e fotoreporter, andando dove quasi nessun lettore poteva arrivare. Nel 1965 scese in canoa lo Yukon; nel 1966 salì il Kilimangiaro e il Ruwenzori; poi l’Orinoco, la Nuova Guinea, l’Antartide, la Patagonia, e due spedizioni per scoprire dove nasce il Rio delle Amazzoni. Per lui storia, paesaggio e avventura personale dovevano diventare una cosa sola. Ricevette premi per i suoi reportage; più tardi, per la sua vita di alpinista, il Piolet d’Or alla carriera, nel 2009, il primo assegnato in assoluto. Dal 1998 gli è intitolato un rifugio nel vallone di Malatra, in Val Ferret.

Nel 1980 incontrò Rossana Podestà, attrice. Aveva letto un’intervista in cui lei diceva che per fuggire su un’isola deserta avrebbe scelto un uomo come lui, e le scrisse. Si racconta che si diedero appuntamento all’Ara Coeli, a Roma, e che si aspettarono quasi due ore: lei nella chiesa, lui, che aveva scambiato un monumento con l’altro, stava all’Altare della Patria. Ritrovatolo, lei gli domandò che esploratore fosse, se non sapeva trovare una persona a Roma. Da allora vissero insieme, fra Roma, l’Argentario e Dubino, in provincia di Sondrio.

Si ammalò di un tumore al pancreas nell’estate del 2011. Morì a Roma, in una clinica, nella notte del 13 settembre, a ottantun anni. I funerali, civili, si tennero a Lecco il 18 settembre; poi fu cremato, e le ceneri furono portate a Portovenere, nel piccolo Cimitero a picco sul mare, accanto a un muretto da cui si vedono la chiesa di San Pietro e l’isola Palmaria. Fu Rossana Podestà a volerlo lì, nella tomba della sua famiglia, e due anni dopo lo raggiunse.

Non cercò mai di essere il migliore. Cercò di fare le cose come andavano fatte, e di dirle come erano andate. Il suo nome resta su pareti, rifugi e sentieri, fino a un sentiero ad anello a Portovenere, la sua ultima casa. Cimiteri.Online lo ricorda così.

Dove riposa

Cimitero di Portovenere (La Spezia), ceneri nella tomba della famiglia di Rossana Podestà

Da dove viene quello che c'è scritto

Immagine: Mario De Biasi (Mondadori Publishers), pubblico dominio (da Wikimedia Commons) (Wikimedia Commons)

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