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Walter Chiari

Attore, Comico e Conduttore televisivo italiano

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Walter Michele Armando Annicchiarico nacque a Verona l’8 marzo 1924, terzo di quattro figli, da genitori pugliesi arrivati al Nord da Andria. Il padre, Carmelo, lavorava in Pubblica Sicurezza ed era di Grottaglie; la madre, Enza Tedesco, faceva la maestra elementare, e Walter le rimase legatissimo (Treccani, Dizionario Biografico). Nel 1933 il padre fu trasferito alla questura di Milano e la famiglia lo seguì: da allora quella fu la città di Walter, che si sentì sempre milanese senza dimenticare da dove veniva. Il cognome, lungo come un treno sulle locandine, lo accorciò in Chiari (Treccani).

Ragazzino, lasciò la scuola e fu assunto come magazziniere all’Isotta Fraschini, dove lavorava già il fratello maggiore Osvaldo. Il dopolavoro offriva pugilato il sabato sera e spettacolini la domenica, e lui li frequentava tutti e due: sul ring fu campione lombardo dei pesi piuma, sul palco imitava i comici del momento. In fabbrica lo chiamavano Li’l Abner, come l’eroe dei fumetti (Treccani).

La serata che cambiò tutto la raccontò lui stesso, molti anni dopo, nel libro «Quando spunta la luna a Walterchiari». Al teatro Olimpia di Milano, in largo Cairoli, mancava un comico; dalla platea gli amici lo spinsero in scena e lui improvvisò la macchietta di un balbuziente che prova a ordinare una granita. Il pubblico non lo lasciò più scendere. A fine spettacolo l’impresario lo scritturò per cinquanta lire a rappresentazione (Treccani). L’anno è incerto: Treccani dice il 1940, Wikipedia in italiano il gennaio 1944.

Il primo impiego da «normale» durò poco. La madre gli trovò un posto in banca, ma il capufficio lo sorprese a fare le sue imitazioni; applaudì, e poi lo congedò (Treccani). Chiari ricordò l’episodio in «Storia di un altro italiano», il documentario in sette puntate che mise insieme con il critico Tatti Sanguineti per la Rai, fra il dicembre 1986 e il febbraio 1987 (Treccani).

Dopo la guerra andò a Roma e scoprì la rivista. Ebbe tre incontri decisivi: l’autore Marcello Marchesi, con cui lavorò per anni; la capocomica Marisa Maresca, che fu la sua scuola di palcoscenico; e Carlo Campanini, conosciuto sul set de «I cadetti di Guascogna» nel 1950, che divenne la sua spalla e quasi un fratello (Treccani). Insieme costruirono lo sketch del Sarchiapone: partiva da due o tre minuti e poteva allungarsi per mezz’ora, perché Walter apriva parentesi su parentesi e riusciva sempre a richiuderle.

Al cinema esordì nel 1947 con «Vanità», doppiato da un altro attore, e vinse il Nastro d’argento (Treccani). Nel 1951 Luchino Visconti lo volle in «Bellissima», accanto ad Anna Magnani. Con il grande schermo ebbe sempre un rapporto strano: preferiva il teatro, e i film li sceglieva a seconda della voglia e delle persone che gli piacevano. In tutto fanno circa centodieci titoli. Molti ricordano la sua prova ne «Il giovedì» di Dino Risi (1963), padre separato e fragile.

Walter Chiari in scena al Teatro Nuovo di Salsomaggiore, anni Sessanta, fotografia dalla collezione della Biblioteca Comunale G.D. Romagnosi di Salsomaggiore Terme, su Wikimedia Commons, pubblico dominio (PD-Italy)
Walter Chiari in scena al Teatro Nuovo di Salsomaggiore, anni Sessanta, fotografia dalla collezione della Biblioteca Comunale G.D. Romagnosi di Salsomaggiore Terme, su Wikimedia Commons, pubblico dominio (PD-Italy) — Collezione Biblioteca Comunale G.D. Romagnosi, Salsomaggiore Terme, Public domain. Wikimedia Commons

La televisione lo trovò pronto. Il 12 gennaio 1958 debuttò con «La via del successo», dieci puntate di sketch scritte su misura per lui (Treccani). Si lamentava di quel piccolo occhio di vetro che non rideva mai; pretendeva perciò un pubblico in studio, qualche decina di persone, perché la risata vera arrivasse anche a chi guardava da casa. Fu fra i primi a ottenerlo. Nel 1961 attraversò l’Atlantico: a Broadway interpretò per 113 repliche il musical «The Gay Life», e Treccani lo ricorda come l’unico attore italiano a esordirvi.

Sulla sua vita sentimentale i rotocalchi scrissero per anni. Sul set australiano di «Sono strana gente», nel 1966, conobbe l’attrice Alida Chelli; si sposarono a Sydney nel 1969 e divorziarono nel 1972, dopo la nascita di un figlio (Treccani, Wikipedia in italiano).

Poi, il 20 maggio 1970, mentre andava in uno studio radiofonico della Rai, fu arrestato a Roma, accusato di consumare e smerciare cocaina, e portato a Regina Coeli (Wikipedia in italiano, Wikipedia in inglese, Treccani). Restò in carcere circa cento giorni, fino ad agosto; Treccani riferisce che la nascita del figlio gli fu comunicata da una guardia. Sull’esito del processo le fonti non coincidono: per Treccani fu assolto da ogni accusa; per Wikipedia in italiano fu prosciolto dallo spaccio e condannato con la condizionale per detenzione a uso personale; per Wikipedia in inglese l’accusa di spaccio cadde e la pena per il possesso fu lieve. Nella vicenda fu coinvolto anche l’amico Lelio Luttazzi.

Per la carriera di Walter fu una ferita lunga. La Rai lo tenne ai margini per anni, e lui ripartì dalle televisioni private lombarde e dal teatro. Nel 1974 un assessore del Comune di Milano gli offrì una serata nella rassegna «Vacanze a Milano» (Treccani). Più tardi un pentito fece il suo nome in un’inchiesta sulla droga nello spettacolo, ma lui fu prosciolto in istruttoria (Treccani, Wikipedia in italiano; le due fonti danno anni diversi, 1984 e 1985).

Rinacque ancora con il teatro di prosa. A Modena recitò «Gli amici» di Arnold Wesker in mezzo a ragazzi giovanissimi, e disse in un’intervista del 1986 che lo avevano riscoperto a sessant’anni (Treccani). Al festival di Venezia, per il film «Romance» di Massimo Mazzucco, gli fu detto che avrebbe vinto la Coppa Volpi come miglior attore; chiamò il figlio e gli amici per festeggiare, ma il premio andò a un altro (Treccani). Nel 1990 si congedò dal cinema con «Tracce di vita amorosa», uscendo di scena verso il buio della notte.

Walter Chiari con la cantante Dalida, fotografia Olycom del 1965 circa, su Wikimedia Commons, pubblico dominio (PD-Italy)
Walter Chiari con la cantante Dalida, fotografia Olycom del 1965 circa, su Wikimedia Commons, pubblico dominio (PD-Italy) — Olycom, Public domain. Wikimedia Commons

Gli ultimi anni li passò quasi da solo, in un residence in via Cesari, a Niguarda, alla periferia di Milano (Wikipedia in italiano, Treccani). Il 18 dicembre 1991 fece un controllo al policlinico San Matteo di Pavia e i medici lo trovarono in buona salute; quel giorno registrò anche un’ospitata televisiva a Telemontecarlo che non andò mai in onda. La sera del 19 vide a teatro il collega Gino Bramieri. Secondo il custode del residence, rientrò verso l’una e mezza di notte e chiese di essere svegliato. A mezzogiorno del 20 dicembre lo trovarono morto in poltrona, davanti alla televisione accesa. Le fonti indicano un infarto; Treccani colloca la morte nella notte fra il 19 e il 20 dicembre, Wikipedia in italiano il 20, e la versione inglese riporta anche il 21 nel testo.

I funerali, secondo Wikipedia in italiano, si tennero il 21 dicembre in San Pietro in Sala, a due passi dal Teatro Nazionale dove spesso recitava, con oltre tremila persone; Treccani parla soltanto di «un mare di folla». Fu sepolto a Milano, nel Cimitero Monumentale (Wikidata, Wikipedia in italiano, Wikipedia in inglese, Treccani). Sul punto preciso le fonti divergono: Wikipedia in italiano e in inglese indicano il Civico Mausoleo Palanti, mentre Treccani scrive che la salma riposa nei pressi del Famedio, dove stanno i milanesi illustri.

Una frase gli è rimasta attaccata, quella del «sonno arretrato»: Wikipedia in inglese la dà come incisa sulla lapide, Treccani precisa che sulla lapide non compare. Era la battuta che, secondo Dino Risi, Walter voleva sulla propria tomba: «Non preoccupatevi, è solo sonno arretrato». Risi lo ricordò come un caro ragazzo anche da vecchio, un amico sincero e innamorato dell’amore, che parlava, parlava e, a differenza di molti, diceva anche cose intelligenti (Treccani, che cita «I miei mostri», 2004).

Dove riposa

Cimitero Monumentale, Milano (Civico Mausoleo Palanti secondo it.wiki e en.wiki; presso il Famedio secondo Treccani)

Da dove viene quello che c'è scritto

Immagine: Autore sconosciuto, Radiocorriere n. 19, 3 maggio 1964 (da Wikimedia Commons), pubblico dominio (PD-Italy, PD-1996) (Wikimedia Commons)

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