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Zarafa

Giraffa del Kordofan donata nel 1826 da Muhammad Ali, viceré d’Egitto, a Carlo X: la prima giraffa vista in Francia

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Nel Sudan, nei dintorni di Sennar, un gruppo di cacciatori insegue una giraffa giovane, alta poco meno di due metri. Secondo la ricostruzione che ne dà Hyperallergic, a ordinare la battuta è Mouker Bey, governatore della regione, e la madre dell’animale resta uccisa durante la caccia. È il racconto più drammatico e poggia su una fonte sola: lo riferiamo, non lo garantiamo. Più solide sono altre cose. L’animale è una femmina del Kordofan, il museo di La Rochelle la classifica così. Nel novembre 1826 il naturalista Étienne Geoffroy Saint-Hilaire le attribuirà ventidue mesi di vita, cioè una nascita nel gennaio 1824; la voce francese di Wikipedia, invece, ripete una stima di inizio 1825. L’anno vero non lo conosce nessuno.

Il resto del viaggio africano è meno documentato. Dalle ricostruzioni risulta che la giraffa attraversa il deserto a dorso di cammello, poi scende il Nilo su una feluca fino a Khartum e di lì, su un battello, verso Alessandria. Con lei viaggiano tre mucche: servono a darle latte, tra i venti e i venticinque litri al giorno, secondo l’archivio del Muséum di Parigi. Quanto sia durato tutto questo, le fonti non si accordano: una parla di due anni e mezzo, una cifra che non può stare insieme a una nascita nel 1824. Il dono, in ogni caso, è politico. Muhammad Ali, viceré d’Egitto, lo destina a Carlo X; l’idea, dicono alcuni autori, viene dal console francese Drovetti, e il fine sarebbe ammorbidire la Francia mentre l’Egitto combatte contro la rivolta greca. Anche questo, più che una prova, è una lettura degli storici.

Ad Alessandria la giraffa sale sul brigantino Les Deux-Frères. Il suo collo non entra sotto il ponte, e il ponte allora viene forato: la testa esce all’aria aperta, riparata da una tenda, mentre il corpo resta nella stiva. La traversata dura trentadue giorni, a sentire più autori. Con lei sono i custodi Hassan e Atir; su chi dei due fosse egiziano e chi sudanese i testi si contraddicono. A Marsiglia arriva, secondo l’archivio del Muséum, il 23 ottobre 1826. Altri testi danno il 31 ottobre, e la voce francese di Wikipedia perfino il 14 novembre: la data è una delle poche che cambiano da una fonte all’altra.

L’inverno lo passa in città. Dopo una breve sosta al lazzaretto se ne occupa il prefetto, il conte di Villeneuve-Bargemont, che la fa uscire ogni giorno tra mezzogiorno e le due, con una scorta di guardiani e gendarmi per tenere a bada i marsigliesi troppo curiosi. Le fanno cucire addosso un mantello con lo stemma di Francia. Gli amministratori del Muséum, a Parigi, scrivono istruzioni minuziose e prevedono perfino il caso peggiore: se la giraffa muore, la pelle va preparata e lo scheletro conservato. Il 3 aprile 1827 decidono di mandare Geoffroy Saint-Hilaire, professore di zoologia, a dirigere il trasferimento.

Il 20 maggio, secondo le ricostruzioni moderne, il corteo parte; il 21 è ad Aix, sotto la pioggia. Geoffroy descrive l’ordine della marcia: davanti le mucche da latte, poi la giraffa sotto il suo mantello, tenuta alla cavezza da conducenti egiziani e aiutanti marsigliesi, dietro un carro con fave macinate, orzo e grano turco, e i gendarmi che si danno il cambio di brigata in brigata. Lui cammina con il corteo o corre avanti a preparare l’alloggio. Si dorme ad Aix, Lambesc, Orgon, Avignone, Orange, Montélimar, Loriol, Valence, Tain. Da Tain Geoffroy scrive al ministro, e confessa le sue preoccupazioni: una mucca zoppica, e alla giraffa si è piantato un chiodo fra gli zoccoli, tolto in tempo. Così affida il convoglio a un medico, suo vecchio allievo, e va a Lione per preparare l’arrivo. In tutto sono circa 880 chilometri in quarantun giorni, secondo Wikipedia, mentre France Today, in miglia, ne conta 550.

A Lione, ai primi di giugno, si parla di circa trentamila persone. Geoffroy nota che la curiosità cresce con la popolazione: chi l’ha vista una volta torna con tutta la città al seguito, e lui chiede al sindaco misure severe. Pensa di caricarla su un battello fino a Chalon per darle otto giorni di riposo, ma il progetto, a quanto sembra, sfuma; l’8 giugno prepara la partenza per Anse e Villefranche. Un’annotazione di Geri Walton aggiunge che a Lione l’animale si spaventò e i cavalli nervosi crearono confusione.

Il 30 giugno la giraffa entra nel Jardin du Roi, a Parigi. Appena sistemata, il 9 luglio i professori del Muséum la accompagnano a Saint-Cloud e la presentano a Carlo X. Il Moniteur universel pubblica il resoconto ufficiale, mentre i pamphlettisti si divertono sul comico incontro fra due «grandi» della terra. Un resoconto satirico della Gazette di corte, che Walton riporta come scherzo, accusava la giraffa di alto tradimento, perché guardava il re dall’alto: è una battuta, non un fatto.

Poi comincia la giraffomania. Il Muséum fa stampare biglietti d’ingresso di vari colori per mantenere l’ordine; i collezionisti li cercano ancora. Compaiono vaudeville e stampe; la «giraffa alla moda» entra nei vestiti, nelle acconciature, nei pasticcini, nella carta da parati, nei saponi e nei ventagli. Si scrive di circa seicentomila visitatori nella prima estate, un numero che ricorre in più testi senza un documento d’archivio. L’entusiasmo cala intorno al 1830: dopo la Rivoluzione di luglio i caricaturisti disegnano Carlo X come una giraffa, per esempio sul Charivari. Una storia racconta che il naturalista Bory de Saint-Vincent, rinchiuso per debiti a Sainte-Pélagie, vide la giraffa da una lente di teatro perché gli amici del Muséum la fecero salire in cima al Labirinto; chi la riferisce, Alfred Lacroix, scrive di non essere sicuro che sia vera, ma «abbastanza bella da meritare di esserlo».

Per i diciassette anni e mezzo che seguono, la giraffa vive in un padiglione della Grande Rotonde, sistemato con una spesa di 6.569 franchi, e fa le sue passeggiate a ore fisse nei viali. Una stampa di Karl Girardet del 1842 mostra la sua stalla, e Atir, secondo diversi autori, resta con lei fino all’ultimo. Il nome «Zarafa» non compare in nessun documento dell’epoca: lo usa per la prima volta Gabriel Dardaud, nel 1985, e lo diffonde Michael Allin nel 1998.

Muore il 12 gennaio 1845 al Jardin des Plantes. Per la voce francese di Wikipedia, che cita uno studio veterinario del 2012, la causa fu la tubercolosi bovina, forse dal latte vaccino che aveva bevuto ogni giorno. Il corpo è preparato dal tassidermista Poortman; per anni rimane esposto nel vestibolo del Muséum parigino. Il Muséum di La Rochelle indica una donazione nel 1931: oggi l’esemplare è alto 440 centimetri e pesa 266 chili, in cima alla scala del primo piano. Lo scheletro, dicono più testi, andò perduto in un bombardamento a Caen nella seconda guerra mondiale.

Su un punto la storia resta aperta. Alfred Lacroix, nel 1916, scriveva che la pelle era stata offerta al museo di Verdun e aveva resistito ai bombardamenti; la voce francese di Wikipedia replica che l’esemplare di Verdun era un’altra giraffa, quella detta di Daubenton, montata nel 1820. Il museo di La Rochelle e la stampa locale sostengono che l’esemplare esposto sia la vera Zarafa, e lo provano con le macchie del mantello e con le misure.

Dove riposa

Non sepolta: imbalsamata dal tassidermista Poortman, donata dal Muséum national d’histoire naturelle di Parigi al Muséum d’histoire naturelle di La Rochelle nel 1931, dove è esposta in cima alla scala del primo piano

Da dove viene quello che c'è scritto

Immagine: Nicolas Huet the Younger (1770-1830), Public domain (Wikimedia Commons)

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  • L’esemplare imbalsamato di Zarafa nel Muséum d’histoire naturelle di La Rochelle, dove si trova dal 1931.

  • Ritratto presunto di Hassan, il guardiano della giraffa, dipinto da Alexandre-François Caminade nell’agosto 1827.

  • Il passaggio della giraffa ad Arnay-le-Duc, dipinto da Jacques Raymond Brascassat nel 1831.

  • La stalla della giraffa nella Grande Rotonde del Jardin des Plantes, incisione di Karl Girardet del 1842.

  • Carlo X caricaturato come giraffa sul Charivari, intorno al 1830 (da Gallica).

A cura di Cimiteri.Online