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Annone

Elefante indiano dal mantello chiaro, dono di Manuele I del Portogallo a Papa Leone X nel 1514: sfilò a Roma da Porta del Popolo a Castel Sant’Angelo, visse al

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Il rito

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A Cochin, sul litorale sud-occidentale dell’India, intorno al 1510 nasce un elefante dal mantello chiaro, che le fonti moderne chiamano albino. Come sia finito nelle mani dei portoghesi non è certo. Silvio Bedini, lo storico dello Smithsonian che ne ricostruì la vita, riferisce due versioni: un dono del raja di Cochin al re Manuele I, oppure un acquisto chiesto dal re al suo viceré in India, Afonso de Albuquerque. La cattura vera e propria, dove e da chi, non è raccontata da nessuna delle fonti che ho letto, e qui non la si inventa. Si sa che approdò a Lisbona dopo una lunga traversata, nel 1511 secondo The Collector; altre ricostruzioni dicono 1512.

Nel 1513 Giovanni de’ Medici diventa papa con il nome di Leone X, e per Manuele I è l’occasione che aspettava. L’espansione portoghese verso l’Oriente rompe il monopolio delle carovane, e l’Egitto preme sul nuovo pontefice perché la fermi, minacciando i luoghi cristiani di Gerusalemme: lo scrivono Atlas Obscura e Linkiesta. Il re prepara allora un’ambasciata magnifica, guidata da Tristão da Cunha: stoffe, un calice d’oro, pappagalli, leopardi, un cavallo persiano e, per ultimo, l’elefante. Linkiesta parla di centoquaranta uomini al seguito. All’inizio del 1514 l’elefante viene imbarcato a Lisbona; il giorno esatto della partenza, nelle fonti aperte, non c’è.

La traversata è lenta e piena di gente. The Collector racconta le soste ad Alicante, a Ibiza e a Palma: folle sul molo, qualcuno tenta perfino di arrampicarsi sulla nave. Nicolau de Faria, lo scudiero che ha in custodia l’animale, decide di non fermarsi più. A Porto Ercole la notizia è già arrivata. Nelle circa settanta miglia fino a Roma, scrive Bedini nelle parole riportate da Atlas Obscura, il corteo cresce ogni giorno di contadini e gentiluomini; i campi sono calpestati, una notte l’elefante dorme in una piazza perché la stalla non sarebbe sicura e, a Tarquinia, scrive The Collector, sotto il peso dei curiosi crolla il tetto di una locanda. La strada dura gli fa male ai piedi.

L’entrata in Roma è fissata a marzo del 1514, ma il giorno cambia secondo chi racconta: il 12 per la voce italiana di Wikipedia e altre ricostruzioni, il 19 per The Collector. Quello su cui le fonti concordano è la scena. La recensione di Samuel Edgerton al libro di Bedini descrive la sfilata lungo la Flaminia, dalla Porta del Popolo alla Ripetta, fino a Castel Sant’Angelo, dove Leone aspetta «come un bambino a Natale». L’elefante porta sul dorso una torre d’argento a forma di castello e vesti ricamate; davanti al papa si inginocchia tre volte, barrisce, poi aspira acqua da un secchio e la spruzza sui cardinali e sulla folla, papa compreso. Linkiesta la chiama «la sua benedizione». Pasquale Malaspina, che lo ricordò nel 1533, scrisse che il barrito assordò tutto il luogo.

Leone lo chiama Annone, dal generale cartaginese. A re Manuele scrive che la vista di quel quadrupede gli procura «il massimo divertimento» ed è per il popolo «un oggetto di straordinaria meraviglia», perché ricorda i tempi antichi, quando animali così si vedevano a Roma; la lettera è citata da Smithsonian, Atlas Obscura e The Collector. Vive prima in un recinto del Cortile del Belvedere, poi in un edificio apposito tra San Pietro e il Palazzo Apostolico; secondo la Linda Hall Library il papa lo mostra ai visitatori un giorno alla settimana. Lo cura Giovanni Battista Branconio dell’Aquila, per cento ducati l’anno, e Pietro Aretino lo prende in giro come «pedagogo dell’elefante».

Non tutto va bene. Secondo la tradizione raccolta da Bedini, Leone fa travestire da poeta laureato Cosimo Baraballo, abate di Gaeta e verseggiatore dilettante, e lo manda al Campidoglio in groppa ad Annone per un’incoronazione che è uno scherzo. Tamburi e trombe lo spaventano, e il poeta finisce a terra. Un’altra volta un colpo di cannone lo manda in fuga e ci sono feriti; un’altra ancora la calca schiaccia chi gli sta intorno. Sono racconti d’epoca, ripetuti da Atlas Obscura e The Collector senza un testimone diretto, e la loro precisione non va presa alla lettera.

Nel 1516 Annone comincia a respirare con fatica e a soffrire. I medici, secondo Atlas Obscura e The Collector, lo credono stitico e gli prescrivono un purgante con molto oro, rimedio comune all’epoca; poco dopo muore. Sulla causa le fonti non coincidono: l’epitaffio parla di angina, la letteratura moderna di cura sbagliata. La data è l’8 giugno 1516 per The Collector, per l’epitaffio e per la recensione di Edgerton, che cita i documenti latini («Hanno mortuus est»); Linkiesta e la voce italiana di Wikipedia scrivono il 16. Il papa, dicono le stesse fonti italiane, è al suo fianco. Atlas Obscura aggiunge una profezia di un frate francescano che avrebbe annunciato la morte dell’elefante e del suo guardiano: è una leggenda, con una sola fonte.

Leone ne è sconvolto, scrive Smithsonian, e lo fa seppellire nel Cortile del Belvedere. Non risulta nelle fonti aperte una cerimonia funebre, e nulla si dirà qui di un corteo. Resta l’epitaffio, che Smithsonian e Edgerton attribuiscono al papa; la voce tedesca di Wikipedia lo dà invece a Filippo Beroaldo il Giovane, e non ho trovato una seconda fonte per decidere. Il testo si conosce da un disegno di Francisco de Hollanda del 1538, conservato all’Escorial: «Sotto questa collina giaccio io, elefante enorme, che il re Emanuele, vinto l’Oriente, mandò prigioniero a Leone». Dice che aveva sensi umani in un petto di bestia, che visse sette anni, che morì di angina, che era alto dodici palmi. L’ultimo verso rende onore a Raffaello d’Urbino: ciò che la natura aveva tolto, l’arte lo restituì.

Raffaello dipinse davvero un ritratto a grandezza naturale? Per Edgerton l’affresco, con la lastra dell’epitaffio, stava in piazza San Pietro fino a quando fu tolto per far posto al colonnato del Bernini; per la Linda Hall andò perduto nella ricostruzione della basilica. Di quella pittura non resta nulla. Ne dà notizia Hollanda, e un disegno a penna del Kupferstichkabinett di Berlino, attribuito a Raffaello o alla sua bottega e datato intorno al 1516, mostra l’elefante con il guardiano a piedi e un uomo in sella. Per la voce italiana di Wikipedia l’affresco sarebbe di Raffaello o di Giulio Romano; Giulio compare però in una sola fonte, mentre un foglio di studi a gessetto, citato dalla voce inglese, è stato assegnato ora a Raffaello ora a lui.

Nel febbraio del 1962, scavando nel Cortile del Belvedere per un impianto di riscaldamento, gli operai trovano un dente e pezzi di mascella e li prendono per un dinosauro. Erano di Annone. Lo scheletro è ancora pochi piedi sotto terra; le zanne, scrive Smithsonian, furono tolte e sarebbero conservate altrove.

Dove riposa

Cortile del Belvedere, Vaticano: lo scheletro giace a pochi piedi sotto il suolo, ritrovato nel febbraio 1962; le zanne furono tolte e sarebbero conservate altrove (Smithsonian)

Da dove viene quello che c'è scritto

Immagine: Raffael (Schule), Public domain (Wikimedia Commons)

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Immagini

  • L’epitaffio di Annone con il disegno dell’elefante, nel taccuino di Francisco de Hollanda, 1538 (Biblioteca dell’Escorial).

  • Annone con il poeta Baraballo in groppa, disegno del XVI secolo, Biblioteca Apostolica Vaticana (secondo The Collector).

  • Studi di Annone a gessetto, intorno al 1515, attribuiti a Giulio Romano o a Raffaello.

  • Xilografia di Annone sul frontespizio dell’opuscolo di Philomathes «Natura, Intellecto & Costumi de lo Elephante», Roma, 1514 circa (British Library).

  • Tristão da Cunha, l’ambasciatore portoghese che condusse l’elefante a Roma, incisione di Basilea, 1575.

A cura di Cimiteri.Online