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Bruno Munari

Artista, Designer e Scrittore italiano

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Il rito

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Bruno Munari nacque a Milano il 24 ottobre 1907. Suo padre faceva il capocameriere, sua madre ricamava ventagli; quando lui aveva sei anni la famiglia si trasferì a Badia Polesine, nel Veneto, dove i genitori presero in gestione un albergo. Il bambino crebbe fra i campi e la vita di un paese di provincia, e finita la scuola dell’obbligo andò a Napoli, e lì uno zio ingegnere gli fece scegliere gli studi tecnici. Nel 1926 lo zio lo portò con sé a Milano, nel suo studio, a fare il disegnatore.

A diciotto anni Munari si trovò dunque in una città che correva. Frequentò gli artisti del secondo Futurismo, quelli che si riconoscevano in Filippo Tommaso Marinetti, e nel 1927 espose per la prima volta con loro, in una collettiva alla galleria Pesaro. Poco dopo lasciò il posto dello zio e cominciò a lavorare da solo, come bozzettista per vari studi. Nel 1930 aprì con Riccardo Castagnedi, detto Ricas, uno studio di grafica che firmava i lavori con la sigla R+M e rimase in piedi fino al 1937. Disegnò copertine di riviste e campagne per la Campari, imparando il mestiere con le mani e con un umorismo che non lo avrebbe più lasciato.

Bruno Munari con alcune sue opere, intorno al 1950, in una fotografia di Federico Patellani, su Wikimedia Commons, pubblico dominio
Bruno Munari con alcune sue opere, intorno al 1950, in una fotografia di Federico Patellani, su Wikimedia Commons, pubblico dominio — Federico Patellani, Public domain. Wikimedia Commons

Il Futurismo, però, gli stava stretto. Gli piaceva il movimento, non la retorica. Nel 1930 costruì la Macchina aerea, che molti ricordano come il primo mobile mai apparso in un’opera d’arte, e nel 1933 la galleria del Milione di Milano ospitò la sua prima personale, con le Macchine inutili: oggetti leggeri fatti di cartoncino, di piccole aste e di filo, che si muovono e non servono a nulla, se non a far vedere il tempo. Furono accostate subito ai mobiles dello scultore americano Calder, ma Munari ci teneva a distinguersi. Nel 1938 si staccò anche dal gruppo futurista e passò a Mondadori come grafico. Nel 1942 uscì da Einaudi Le macchine di Munari, una raccolta di congegni assurdi disegnati con la serietà di un ingegnere.

Una svolta venne con la nascita di un figlio, nel 1940. Per lui Munari cominciò a inventare libri: non storie da leggere a voce alta, ma oggetti da guardare, toccare e sfogliare. Nel 1945 Mondadori ne pubblicò sette in una collana che portava il suo nome. Negli ultimi anni di guerra aveva messo al riparo la famiglia a Badia Polesine, e il lavoro non si era fermato. Dopo il conflitto si allargò ancora: nel 1947 realizzò Concavo-convesso, una struttura continua di rete metallica, e nel 1948 fondò a Milano il Movimento Arte Concreta, insieme a Gillo Dorfles, a Gianni Monnet e ad Atanasio Soldati. Più o meno negli stessi anni nacquero i Libri illeggibili, che non contengono una sola parola: il racconto sta tutto nella carta, nel colore, nel taglio delle pagine.

Negli anni Cinquanta quel talento trovò le fabbriche. Per la Pirelli disegnò un gatto e una scimmietta di gommapiuma, il Meo-Romeo e la Zizì, che nel 1954 gli valsero il Compasso d’oro, il premio più noto del disegno industriale italiano. Ne vinse un altro due anni dopo per un secchiello portaghiaccio. Dal 1957 lavorò con la ditta Danese: il portacenere Cubo, poi la serie di lampade di cui fa parte la Falkland, e tanti altri oggetti economici, chiari, con un pizzico di sorpresa. Intanto viaggiava: nel 1960 fece il primo viaggio in Giappone, un paese che sentì sempre come una seconda patria dell’anima e dove, cinque anni dopo, gli dedicarono una prima retrospettiva.

Il posacenere Cubo, disegnato da Munari nel 1957 per Danese: fotografia di Albertozanardo, su Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0
Il posacenere Cubo, disegnato da Munari nel 1957 per Danese: fotografia di Albertozanardo, su Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0 — Albertozanardo, CC BY-SA 4.0. Wikimedia Commons

Nel 1962, nel negozio Olivetti di Milano, organizzò con Umberto Eco la mostra Arte programmata, che dava un nome a un modo nuovo di fare arte: opere nate da un piccolo programma, con una forma che varia secondo una regola. Lavorò anche per Einaudi come illustratore, e fra i libri che arricchì con i suoi disegni c’è Il pianeta degli alberi di Natale, scritto da Gianni Rodari. Dal 1964 sperimentò con la fotocopiatrice, nel 1968 mise in scena a Como l’azione Far vedere l’aria, e per anni fece film di ricerca con pochi mezzi. Nel 1967 l’Università di Harvard lo invitò a tenere, al Carpenter Center, un ciclo di cinquanta lezioni sulla comunicazione visiva; ne uscì Design e comunicazione visiva, uno dei suoi libri più letti.

Il lavoro a cui teneva di più, forse, era quello con i bambini. Nel 1971 disegnò l’Abitacolo, un letto multiuso pensato per chi è piccolo, che nel 1979 gli fruttò il terzo Compasso d’oro. Nel 1977 la Pinacoteca di Brera, a Milano, gli affidò un laboratorio per ragazzi, il primo in un museo; da lì crebbe quello che si chiama metodo Munari, fatto di materiali poveri, di mani che provano e di domande semplici. Più tardi vennero il laboratorio alla Scala, i piccoli libri della collana Block notes, i Prelibri per chi non sa ancora leggere, e un orologio per Swatch con le ore lasciate libere di spostarsi sul quadrante.

I riconoscimenti arrivarono tardi ma tutti insieme. Nel 1986 il Comune di Milano gli dedicò una grande retrospettiva a Palazzo Reale. L’Accademia dei Lincei lo premiò nel 1988; nel 1989 l’Università di Genova gli conferì la laurea honoris causa in architettura; nel 1994 l’ADI, l’associazione per il disegno industriale, gli assegnò il Compasso d’oro alla carriera. Nel 1996 parlò per l’ultima volta in pubblico, al Politecnico di Milano, e nel 1997 la Triennale organizzò per i suoi novant’anni una festa intitolata Munaria.

Si spense a Milano alla fine di settembre del 1998, a novant’anni, nella sua casa. Riposa nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, il luogo dove la città custodisce i suoi cittadini più illustri. Lasciava libri che si possono ancora sfogliare e un metodo che continua a vivere nei laboratori dell’associazione che porta il suo nome. Non fu mai solo un artista, né solo un designer, né solo uno scrittore: ogni cosa che toccò diventò un invito a guardare meglio. Cimiteri.Online lo ricorda così.

Le tombe di Leo Valiani e di Bruno Munari nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano: fotografia di Giovanni Dall’Orto, su Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 2.5 it
Le tombe di Leo Valiani e di Bruno Munari nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano: fotografia di Giovanni Dall’Orto, su Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 2.5 it — Giovanni Dall'Orto, CC BY-SA 2.5 it. Wikimedia Commons

Dove riposa

Famedio del Cimitero Monumentale di Milano

Da dove viene quello che c'è scritto

Immagine: Ritratto rielaborato dalla Redazione da una fotografia di Federico Patellani, pubblico dominio (Wikimedia Commons)

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