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Cesco Baseggio

Attore teatrale veneto

Nascita
Scomparsa

Riposa a Cimitero di San Michele, Venezia

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Il rito

Per lasciare un gesto serve entrare: bastano pochi istanti.

Così la famiglia sa chi l'ha acceso.

A sedici anni Cesco Baseggio aveva in mano un violino, e non pensava ad altro. Suo padre Arturo suonava il violino in orchestra, la madre Irma Fidora cantava da soprano, e la strada del ragazzo pareva già tracciata. Nel 1913 conobbe Gianfranco Giachetti, impegnato a mettere in scena la Locandiera di Goldoni, e accettò l’invito ad assistere. Provò una parte quasi per gioco, e ne restò tanto preso che lasciò il violino e gli studi.

Debuttò vestendo i panni di un vecchio di settant’anni, Marco, nella Chitara del papà di Giacinto Gallina, e nel 1913 entrò nella compagnia veneziana di Baldanello, dove fu Mometto nei Rusteghi. Poi venne la guerra: arruolato nel genio, arrivò al grado di Sergente Maggiore, e nel 1917 il comando militare lo mandò in Albania a dirigere il Teatro del soldato, per i commilitoni lì dislocati. Tornato a casa, riprese la vita del comico di provincia, senza grandi soddisfazioni. Nel 1921 trovò posto nell’Ars Veneta di Giachetti, una compagnia di giovani, e debuttò a Bassano del Grappa. Nel 1926 volle rimettere in scena gli autori che il gusto del momento aveva lasciato da parte. Formò una compagnia sua e ne fu il capocomico: la prima sera fu al Teatro Morlacchi di Perugia.

Il pubblico lo riconobbe a Milano, nel 1927, in una commedia in cui faceva il vecchio Paolo, e da allora i critici lo seguirono sera dopo sera. Scrisse anche lui: con Carlo Lodovici firmò commedie come Zente alegra, el ciel l’aiuta, che forse è la migliore. Il personaggio che lo accompagnò per tutta la vita fu il Todero brontolon di Goldoni, vecchio burbero e tirannico. Lo portò a Milano nel maggio del 1938, e restò il suo cavallo di battaglia. Nel luglio del 1936, durante la Biennale, interpretò Padron Fortunato nelle Baruffe chiozzotte in campo San Cosmo alla Giudecca, all’aperto, sotto la regia di Renato Simoni. Aveva lo sguardo ora cipiglioso ora bonario, occhi chiari che guizzavano, una voce ora roca ora pastosa: bastava questo per riempire una scena.

Al cinema lo chiamarono dal 1935, a partire da Le scarpe al sole, dove era il veterano Durigan, e al personaggio diede tristezza, allegria e il buonsenso tranquillo del veterano. D’estate i campi di Venezia diventavano il suo teatro: nel 1950, in campo San Trovaso, fu Pantalone nella Putta onorata diretta da Giorgio Strehler. La televisione lo mostrò agli italiani dal 26 luglio 1955, quando le Baruffe chiozzotte andarono in onda, e negli anni sessanta le sue commedie goldoniane entrarono nelle case. Lo videro anche in Carosello, a pubblicizzare un formaggio nel 1961 e un vino nel 1970.

Nel 1960 sospese l’attività per il cuore e per l’asma, e nel 1968 ricevette il premio governativo riservato agli attori con una lunga carriera. Ormai malato, recitò ancora in diretta televisiva, e il suo pubblico lo seguì commosso. Il 16 gennaio 1971 arrivò a Catania, chiamato a dirigere I quattro rusteghi di Wolf-Ferrari al Teatro Bellini; un attacco d’asma lo costrinse a interrompere le prove. Fu ricoverato in una clinica, e dopo un giorno di coma morì il 22 gennaio, a settantatré anni.

Riposa nel Cimitero di San Michele, a Venezia: il Recinto II, sotto il portico est, dove gli stanno accanto altri attori del teatro dialettale veneto. Il suo Todero e le sue Baruffe restano nelle edizioni televisive della Rai degli anni cinquanta e sessanta, e chi passa da qui può cercarle dopo la visita.

Dove riposa

Cimitero di San Michele, Venezia, Venezia (VE)
Cimitero di San Michele, Venezia, Recinto II, portico est

Da dove viene quello che c'è scritto

Immagine: Autore: Indeciso42 (da una foto del Radiocorriere, 1957), pubblico dominio, Wikimedia Commons (ritagliata dalla Redazione)

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