Salta al contenuto
Accedi

Franco Basaglia

Psichiatra e Neurologo italiano

Nascita
Scomparsa

Un QR per raggiungere questa memoria

Il rito

Per lasciare un gesto serve entrare: bastano pochi istanti.

Così la famiglia sa chi l'ha acceso.

Franco Basaglia nacque a Venezia l’11 marzo 1924, figlio di Enrico e di Cecilia Faccin (Treccani). La famiglia stava bene e viveva attorno a Campo San Polo; lui andò al liceo Foscarini, dove insegnava Agostino Zanon Dal Bo, uno dei fondatori del Partito d’azione veneto e un riferimento per molti ragazzi antifascisti (Il Foglio). La figlia lo ricorda così, in un’intervista: alto, dinoccolato, gli occhi azzurri che lampeggiavano, un volto che sembrava uscito dalla matita di Hugo Pratt, amico di famiglia (Il Foglio).

Franco Basaglia nel 1979. Fotografia di Harald Bischoff, su Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 3.0
Franco Basaglia nel 1979. Fotografia di Harald Bischoff, su Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 3.0 — Harald Bischoff, CC BY-SA 3.0. Wikimedia Commons

Nel 1943 si trasferì a Padova per studiare medicina e lì entrò in un gruppo di studenti che si opponevano alla Repubblica sociale (Il Post). Fu arrestato nel dicembre del 1944 (Il Giornale). La figlia racconta una scena che ha del cinema: lui cercò di scappare sui tetti, saltando da una casa all’altra sopra le calli, ma la nonna, spaventata, cominciò a urlare, e lo afferrarono (Il Foglio). Chi l’avesse denunciato non lo volle mai dire. Restò quasi sei mesi nel carcere veneziano di Santa Maria Maggiore (Il Post), fino all’insurrezione della città contro i tedeschi (Il Foglio).

Si laureò nel 1949 e nel 1953 sposò Franca Ongaro, la ragazza che frequentava da sette anni (Il Post). Alla clinica neuropsichiatrica di Padova i colleghi lo chiamavano «il filosofo», e non lo dicevano per fargli un complimento (Il Post): leggeva Sartre, Binswanger, Minkowski, mentre la psichiatria italiana restava quasi tutta organicista, ferma ai codici di classificazione e alle terapie di shock (Treccani). Alla fine degli anni Cinquanta capì che l’università non gli avrebbe dato posto e partecipò a un concorso per dirigere un ospedale psichiatrico (Il Foglio).

Nel 1961 arrivò a Gorizia (Treccani, Il Post). Non aveva mai lavorato in un manicomio (Treccani). Dietro mura, cancelli, reti e sbarre c’erano più di seicento ricoverati (Internazionale), molti legati ai letti (Il Post); la figlia riferisce che trovò catene, camicie di forza, uomini seminudi o coperti di stracci. Sentì, raccontò, lo stesso odore di bugliolo che gli era rimasto addosso dalla cella, diciassette anni prima (Il Foglio). Non volle portare i figli a vivere dentro l’ospedale: la famiglia ebbe un appartamento sopra gli uffici della Provincia, e di sera la casa si riempiva dei collaboratori e delle loro riunioni senza fine (Il Foglio).

Franco Basaglia in una fotografia del Radiocorriere, 27 aprile 1969. Autore ignoto, su Wikimedia Commons, indicata come pubblico dominio
Franco Basaglia in una fotografia del Radiocorriere, 27 aprile 1969. Autore ignoto, su Wikimedia Commons, indicata come pubblico dominio — Autore sconosciuto, Public domain. Wikimedia Commons

Fra il 1963 e il 1964, con altri medici, decise di aprire i padiglioni e di rinunciare alla contenzione (Il Post). Chi temeva il peggio dovette ricredersi: gli internati chiedevano cose giuste, soprattutto di uscire, di avere tempo libero, cibo migliore, la possibilità di incontrarsi uomini e donne (Il Post, dalle Conferenze brasiliane). Furono tolte le reti protettive (Il Post), restituiti gli oggetti personali, e i malati ebbero il diritto di parlare nelle assemblee generali (Internazionale). Il verbale di quelle riunioni finì nei libri Che cos’è la psichiatria (1967) e L’istituzione negata (1968), scritti con la moglie (Il Post). Nel 1969 uscì Morire di classe, con le fotografie di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin (Treccani, Il Post).

La notte era di Franca. Era lei a mettere per iscritto quello che di giorno si sperimentava in reparto, leggendo a fatica i foglietti che Franco si portava in tasca, consumati e piegati in quattro; la figlia ricorda di non addormentarsi se non sentiva sua madre battere sui tasti della macchina (Il Foglio). Non tutto fu facile. Per due volte, dopo omicidi commessi da persone che avevano lasciato i suoi ospedali, a Gorizia nel 1968 e a Trieste nel 1972, fu processato e uscì assolto (Il Post, Il Giornale).

Dopo un periodo a Colorno, nel parmense, verso la fine del 1971 arrivò a Trieste (Il Post). Nel 1973 l’Organizzazione mondiale della sanità scelse quell’ospedale per sperimentare nuove forme di assistenza (Il Post, Il Foglio). Il 25 febbraio di quell’anno, secondo il Piccolo, un cavallo blu varcò il cancello del parco di San Giovanni e scese in città, poi salì sui colli di San Giusto e di San Vito: era Marco Cavallo, la scultura nata in un laboratorio guidato da Giuliano Scabia e dallo scultore Vittorio Basaglia, cugino di Franco (Il Piccolo, it.wikipedia). Era un cavallo un po’ storto, lungo e magro, con la bocca aperta su un nitrito senza voce. Per Basaglia non aveva nulla a che fare con la quotidianità odiata del manicomio (Il Piccolo).

In quegli stessi anni nacque la Cooperativa lavoratori uniti: secondo Il Post, con sedici pazienti incaricati di pulire locali, cucine e parco, e dopo una lunga trafila per dare loro lo stato di ricoverati volontari, il solo che permettesse di esercitare diritti civili (Il Post). I padiglioni si aprirono a pittori, musicisti, attori: passarono Ornette Coleman, Dario Fo, Franco Battiato (Il Post). In poco più di tre anni i ricoverati calarono da milleduecento circa a meno di ottocentocinquanta; nel 1979 ne restavano 130 (Il Post).

Il 13 maggio 1978 fu approvata la legge 180, promossa dal deputato e psichiatra Bruno Orsini (Il Post, Internazionale). Abrogava gli articoli principali della legge del 1904 sui manicomi. Franca Ongaro disse che quel giorno non si era deciso che la sofferenza psichica non esiste più, ma che non si sarebbe più risposto ad essa con la segregazione (Internazionale). Lui stesso, scrive Treccani, vedeva nella legge anche delle contraddizioni, e metteva in guardia dal rischio che la psichiatria rientrasse nella sanità con le sue vecchie finzioni (Treccani). Nel 1979 lasciò Trieste per coordinare i servizi di salute mentale del Lazio, a Roma, e quell’anno tenne delle conferenze in Brasile (Il Post).

Nella primavera del 1980 si ammalò gravemente: un tumore al cervello, scoperto da pochi mesi (Treccani, Il Post). Morì a Venezia il 29 agosto 1980, a cinquantasei anni (Treccani, Il Post, Il Foglio), a quanto riferiscono altre fonti nella casa dove tornava anche quando lavorava altrove (Osservatorio Repressione, it.wikipedia). Un giornale veneziano scrive 19 agosto, ma è un errore: tutte le altre fonti dicono il 29 (VeneziaToday).

Riposa nel Cimitero di San Michele, sull’isola della laguna di Venezia (Osservatorio Repressione, VeneziaToday, it.wikipedia). I suoi scritti uscirono dopo la morte a cura di Franca Ongaro (Treccani), che da senatrice della Sinistra indipendente continuò a seguire la riforma (Il Foglio). Sulle esequie le fonti aperte che abbiamo letto non raccontano niente, e non le inventiamo. La figlia, nel centenario, ha chiesto che lo si ricordi «per quello che ha fatto veramente», e non come un santo da mettere via (Il Foglio).

Dove riposa

Cimitero di San Michele, Venezia

Da dove viene quello che c'è scritto

Immagine: Harald Bischoff, 1979, via Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 3.0 (Wikimedia Commons)

Scheda scritta dalla redazione di Cimiteri.Online, che ne risponde.

Segnala un errore

Chi ha scritto questa scheda

Questa scheda l'ha scritta la redazione di Cimiteri.Online, e ne rispondiamo noi. Non è stata creata da un familiare e non è una memoria di famiglia: le memorie le crea chi ha titolo, e restano sue.

Correggila, o falla togliere

Se qui c'è un errore, dillo e lo correggiamo. E se sei un familiare di Franco Basaglia e non vuoi che questa scheda resti sul sito, scrivicelo. Non serve iscriversi. La decide la Redazione, non un sistema automatico: per sicurezza ti mandiamo un'e-mail con un link, valido 24 ore, da aprire per confermare.

Cosa vuoi fare?

A cura di Cimiteri.Online