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Mario Monicelli

Regista e Sceneggiatore italiano

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Mario Monicelli nacque a Roma il 16 maggio 1915, ma per quasi un secolo mezzo mondo lo credette nato a Viareggio. Così dicevano tutte le biografie, finché Stefano Della Casa, scrivendo la voce del Dizionario Biografico Treccani, mise in fila gli indizi: il padre abitava a Roma, a Roma Mario frequentò le elementari, e lui stesso più volte aveva detto di essere nato nella capitale, nel quartiere Prati (Treccani; Wikipedia in italiano indica invece il rione Campo Marzio, in via della Croce). Treccani parla di un «fondato sospetto di una beffa». Viareggio era la città che sentiva sua, e lui lasciò correre l’equivoco.

Suo padre, Tomaso, faceva il giornalista: scrisse per l’Avanti! e per il Resto del Carlino e inventò «Penombra», la prima rivista italiana di cinema. La madre, Maria Carreri, aveva pochi studi ma una mente svelta (Treccani). Da ragazzo Mario cambiò spesso aria: Roma, poi Viareggio, poi il ginnasio a Prato, poi Milano e infine Pisa, dove si laureò in lettere (Wikipedia in italiano).

Tomaso Monicelli, giornalista e padre di Mario, ritratto di Mario Nunes Vais (Fondo Nunes Vais, ICCD), prima del 1932, su Wikimedia Commons, pubblico dominio
Tomaso Monicelli, giornalista e padre di Mario, ritratto di Mario Nunes Vais (Fondo Nunes Vais, ICCD), prima del 1932, su Wikimedia Commons, pubblico dominio — Mario Nunes Vais, Public domain. Wikimedia Commons

A Milano frequentò Riccardo Freda, Alberto Lattuada e il cugino Alberto Mondadori; con loro collaborò alla rivista «Camminare», dove scriveva recensioni severissime. Il regime non la prese bene e la rivista chiuse nel 1935 (Treccani). Nel 1934 girò un corto da Edgar Allan Poe, «Il cuore rivelatore», e l’anno dopo con Mondadori «I ragazzi della via Paal», premiato a Venezia, che gli aprì la porta di un set vero: a Tirrenia, per «Ballerine», rimase deluso da un regista famoso e quasi sempre assente, mentre con Augusto Genina, su «Lo squadrone bianco», vide un mestiere fatto con cura (Treccani). Da allora non lasciò più il cinema.

Nel 1940 lo mandarono in cavalleria e riuscì a non finire né in Africa né in Russia; dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 se ne stette nascosto a Roma fino all’estate del 1944, quando entrarono gli Alleati (Treccani). Ripartì in coppia con Steno e i due scrissero di tutto; il primo grande incasso fu «Aquila nera», nel 1946, l’anno in cui morì il padre. Nel 1949 diressero insieme «Totò cerca casa», e nel 1951 «Guardie e ladri», con Totò e Aldo Fabrizi, premiato a Cannes per la sceneggiatura (Treccani).

Poi arrivò «I soliti ignoti», nel 1958, il film che quasi tutte le storie del cinema citano come l’inizio della commedia all’italiana. Un manipolo di aspiranti ladri, scalcinati e affamati, studia con grande serietà un colpo che dovrebbe cambiare loro la vita. Dietro c’era l’Italia del dopoguerra e per la prima volta in una commedia un personaggio moriva, sia pure in modo paradossale (Treccani). Vittorio Gassman, che fino ad allora faceva il drammatico, scoprì lì il suo talento comico. Il film girò il mondo e ne nacquero versioni americane e francesi.

L’anno seguente, nel 1959, toccò alla guerra. «La grande guerra», con Alberto Sordi e Vittorio Gassman, scatenò polemiche prima ancora di cominciare: a scuola il primo conflitto mondiale si studiava come una vittoria gloriosa, e l’idea di raccontarlo con la risata sembrò uno scandalo. Alla Mostra di Venezia il film vinse il Leone d’oro a pari merito con il film di Roberto Rossellini sul generale Della Rovere, e al botteghino fece incassi enormi. Mostrava la guerra come un massacro di povera gente, e ottenne una candidatura all’Oscar (Wikipedia in italiano).

Mario Monicelli e Roberto Rossellini sul palco della Mostra di Venezia del 1959, fotografia attribuita a B. Bruni, su Wikimedia Commons, pubblico dominio (PD-Italy)
Mario Monicelli e Roberto Rossellini sul palco della Mostra di Venezia del 1959, fotografia attribuita a B. Bruni, su Wikimedia Commons, pubblico dominio (PD-Italy) — The original uploader was Caulfield at Italian Wikipedia., Public domain. Wikimedia Commons

Nel 1966 fu la volta di «L’armata Brancaleone». Produttore e distributore non ci credevano affatto, e invece fu uno dei maggiori successi commerciali di sempre. Monicelli, con Age e Scarpelli, mise in scena un Medioevo di superstizione, fanatismo e fame e per far parlare i personaggi inventò una specie di latino maccheronico che nessuno aveva mai sentito. Gassman guidava un esercito di straccioni su un cavallo giallo, e la marcetta di Carlo Rustichelli entrò nella memoria di tutti. Il nome di Brancaleone divenne un modo di dire (Treccani).

Nel 1975 uscì «Amici miei». Il progetto era di Pietro Germi, l’amico che si ammalò e morì nel dicembre del 1974 (Treccani). Quel film raccontava un gruppo di toscani benestanti che si ritrovano per fare «zingarate» e «supercazzole» e così allontanano la paura di invecchiare e di morire. Molte di quelle burle, secondo Wikipedia in italiano, venivano dalla giovinezza dello stesso Monicelli. Nel 1975 era lui, e non «Lo squalo», in testa agli incassi italiani (Treccani).

Pochi anni dopo cambiò tono con «Un borghese piccolo piccolo» (1977), tratto da un romanzo di Vincenzo Cerami. Alberto Sordi, che il pubblico conosceva come comico, vi interpretava un impiegato tranquillo la cui vita si spezza e che si trasforma in un uomo violento. Era il tempo degli anni di piombo, del terrorismo e della sfiducia nelle istituzioni, e Monicelli lo raccontò senza concedere una battuta (Treccani). Poi tornò a ridere, con «Il marchese del Grillo» (1981), che gli valse l’Orso d’argento per la regia a Berlino nel 1982, e con «Speriamo che sia femmina» (1986), un film tutto al femminile.

Con gli anni diventò una figura pubblica, ironica e testarda. Nel 1991 ricevette alla Mostra di Venezia il Leone d’oro alla carriera e nel 2002 ne presiedette la giuria (Treccani). Si schierò apertamente a sinistra, partecipò a manifestazioni e a documentari civili, e al successo contrapponeva la solidarietà (Treccani). Abitava nel rione Monti, a Roma, e viveva da solo. A novantuno anni tornò dietro la macchina da presa con «Le rose del deserto», tratto da Mario Tobino, ambientato nella seconda guerra mondiale. In un’intervista televisiva disse di non temere la morte, ma di avere molta paura del giorno in cui non avrebbe più lavorato (Wikipedia in italiano). Nel 2010 firmò ancora un corto di protesta per i tagli a scuola e cultura, «La nuova armata Brancaleone», presentato il 3 giugno.

Morì a Roma la sera del 29 novembre 2010, a 95 anni, nell’ospedale San Giovanni, dove era ricoverato da pochi giorni per una malattia in fase terminale (Wikipedia in inglese). Le cronache di quel giorno, da Il Fatto Quotidiano ad Avvenire, e le due Wikipedia riferiscono che fu una sua scelta.

Il primo dicembre il feretro passò per un saluto davanti alla casa del rione Monti, e poi la camera ardente fu aperta alla Casa del Cinema di Villa Borghese, dalle 11 alle 17 secondo l’annuncio dato da Avvenire. Wikipedia in italiano aggiunge che vennero familiari, amici, colleghi e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il corpo fu cremato in forma privata al Cimitero Flaminio, a Prima Porta; sempre secondo Wikipedia in italiano, le ceneri furono disperse nel mar Tirreno al largo della Versilia. Le altre fonti consultate non ne parlano e Wikidata non registra un luogo di sepoltura: su questo punto abbiamo una voce sola.

Targa commemorativa in via dei Serpenti a Roma: «Qui è vissuto Mario Monicelli (1915-2010), maestro di cinema e uomo libero», fotografia di Gaux, su Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
Targa commemorativa in via dei Serpenti a Roma: «Qui è vissuto Mario Monicelli (1915-2010), maestro di cinema e uomo libero», fotografia di Gaux, su Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0 — Gaux, CC BY-SA 4.0. Wikimedia Commons

A Roma, nel 2015, il Comune ha posto una targa sulla casa dove abitò, in via dei Serpenti: lo ricorda come «maestro di cinema e uomo libero». E Viareggio, dal canto suo, non ha mai smesso di considerarlo suo: il sindaco, ricorda Wikipedia in italiano, disse che quel regista aveva scelto la città come luogo dove era nata la sua anima. Così Monicelli riuscì ad avere due città per sé.

Dove riposa

Nessuna tomba nota: cremato in forma privata al Cimitero Flaminio (Prima Porta, Roma); ceneri disperse nel Tirreno al largo della Versilia secondo Wikipedia in italiano (fonte unica)

Da dove viene quello che c'è scritto

Immagine: Gorupdebesanez (opera propria, 1985), CC BY-SA 3.0 (da Wikimedia Commons) (Wikimedia Commons)

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