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Vincenzo Gioberti

Sacerdote, Politico e Filosofo italiano

Nascita
Scomparsa

Riposa a Cimitero Monumentale, Torino

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Il rito

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Chi era

Vincenzo Gioberti è stato un sacerdote, filosofo e uomo politico piemontese, tra le voci più ascoltate del Risorgimento. Nato a Torino nel 1801, passò la maggior parte della vita adulta lontano dall’Italia, in esilio a Parigi e a Bruxelles, e da lì scrisse i libri che gli diedero la fama: quelli in cui sostenne che la rinascita della nazione potesse venire dal papato e da una confederazione di Stati italiani. Tornato in patria nel 1848 fu Presidente della Camera e poi capo del governo del Regno di Sardegna, ma la sua stagione politica durò pochi mesi. Morì a Parigi, solo, il 26 ottobre 1852, a cinquantun anni.

Infanzia e famiglia

Nacque a Torino il 5 aprile 1801, figlio di Giuseppe, un impiegato, e di Marianna Capra. Secondo il Dizionario biografico degli italiani, un dissesto finanziario del padre, morto presto, lasciò la famiglia in strettezze. Wikipedia in francese indica come giorno di nascita il 4 aprile, mentre le altre fonti consultate, compresi la Wikipedia italiana e inglese e Wikidata, scrivono il 5.

La prima istruzione gli venne dai padri oratoriani. Il Dizionario biografico lo descrive come un ragazzo di salute fragile ma di appetito intellettuale enorme, in larga parte autodidatta: leggeva di tutto, dalla filosofia alla storia, dalle lingue alla politica, e fra gli autori che lo colpirono cita Platone, sant’Agostino, Vico, Leibniz, Rousseau e Kant. Conosceva bene il francese, imparato dalla madre. Ebbe come guida spirituale il sacerdote Giuseppe Gaspare Sineo, che ricordò poi come l’unico vero prete moderno che avesse incontrato.

Formazione e primi anni da sacerdote

Si laureò in teologia a Torino il 9 gennaio 1823 e venne ordinato sacerdote il 19 marzo 1825, dopo che la curia aveva superato la sua ritrosia; in agosto fu aggregato alla facoltà teologica. Nel gennaio 1826 il Re Carlo Alberto lo prese tra i suoi cappellani, con un compenso di 480 lire l’anno. Wikipedia in inglese ricorda un viaggio del 1828 attraverso la Lombardia, durante il quale conobbe Alessandro Manzoni; il Dizionario biografico aggiunge che a Firenze, nello stesso anno, incontrò Giacomo Leopardi, a cui scrisse in seguito lettere sul rapporto fra fede e ragione.

Negli anni a cavallo del 1830 il suo pensiero maturò in una direzione che lo mise in sospetto. Si oppose ai gesuiti, che dominavano la vita ecclesiastica piemontese, e prese le parti del teologo Dettori, allontanato dalla cattedra nel 1829. Nel 1833 lasciò l’incarico di corte, il 9 maggio, ma il passo non bastò a rassicurare chi lo teneva d’occhio.

L’arresto e l’esilio

Il 31 maggio 1833, in seguito a una delazione, Gioberti fu arrestato nell’ambito della repressione seguita alla scoperta della congiura mazziniana in Piemonte. Rimase in carcere senza processo fino a settembre e poi fu esiliato con effetto immediato, senza poter salutare gli amici. Il Dizionario biografico precisa che non risulta sia mai entrato nella Giovine Italia, anche se ne frequentava alcuni aderenti; nel 1834 quel giornale pubblicò però una sua lettera, firmata con lo pseudonimo Demofilo, nella quale Treccani vede una professione di repubblicanesimo.

Il primo anno lo passò a Parigi in condizioni precarie, dando lezioni private di italiano. Si sentiva, scrisse, un uomo che aveva perduto tutto. Nello stesso periodo prese le distanze dai metodi di Mazzini: giudicava le insurrezioni isolate più dannose che utili e consigliava ai corrispondenti piemontesi pazienza e propaganda aperta. Nel dicembre 1834 accettò di insegnare storia e filosofia in un collegio di Bruxelles, frequentato da un centinaio di ragazzi cattolici ed evangelici. Il Belgio fu la sua casa fino al 1845 e il luogo dove scrisse quasi tutte le opere.

Ritratto litografico di Vincenzo Gioberti, 1847, conservato presso l'Accademia delle Scienze di Torino
Ritratto litografico di Vincenzo Gioberti, 1847, conservato presso l'Accademia delle Scienze di Torino — Francesco Matraire, Public domain. Wikimedia Commons

I libri dell’esilio

La prima opera a stampa uscì a Bruxelles all’inizio del 1838: la Teorica del sovrannaturale, un discorso sull’accordo fra la religione rivelata e il progresso civile, scritto in poco più di un mese e pubblicato a spese dell’autore. Wikipedia in inglese racconta che a spingerlo fu il dubbio religioso di un amico esule, l’Abate Paolo Pallia. Seguì, fra il 1839 e il 1840, l’Introduzione allo studio della filosofia (tre volumi), dove il filosofo espone la sua formula centrale, quella secondo cui l’Ente crea l’esistente, e sostiene che la religione e la civiltà procedono insieme. Questa dottrina è conosciuta come ontologismo. Entrambi i libri furono vietati nel Regno di Sardegna.

Nel 1841 apparve il saggio Del bello, la prima sua opera stampata in Italia, e nel 1843 Del buono. Il Dizionario biografico ricorda anche la lunga polemica con Antonio Rosmini, culminata nelle lettere sugli errori filosofici del rivale. Sulla data di Del buono le fonti non coincidono: Wikipedia in inglese la colloca nel 1841.

Il successo vero venne nella primavera del 1843 con il Primato. Concepito all’inizio come un piccolo scritto sul Papa e sull’Italia, crebbe fino a riempire due volumi, tirati in millecinquecento copie. Gioberti vi sostiene che l’Italia abbia una missione religiosa e civile in Europa, affidata al papato, e propone una federazione di Stati italiani con il Pontefice in posizione di presidenza. Fu la base teorica di quella corrente che si chiama neoguelfismo. Wikipedia in inglese segnala che l’opera è dedicata a Silvio Pellico. Il libro ebbe un’eco enorme in un momento in cui, con l’elezione di Pio IX nel 1846, la politica vaticana sembrò avvicinarsi a quelle idee.

Il frontespizio del primo volume del Primato, edizione di Losanna
Il frontespizio del primo volume del Primato, edizione di Losanna — Vincenzo Gioberti, Public domain. Wikimedia Commons

Il ritorno e il governo del 1848

Nel 1846 Carlo Alberto proclamò un’amnistia. Gioberti non rientrò subito: aspettò la fine del 1847 e giunse a Torino il 29 aprile 1848, dopo più di quattordici anni, accolto da manifestazioni di entusiasmo. Era stato eletto deputato senza che lo sapesse, a Torino e a Genova, e a metà maggio la Camera lo proclamò presidente. Rifiutò il laticlavio di Senatore che gli veniva offerto, preferendo il seggio di Torino. Prima di sedersi in aula fece un lungo giro per l’Italia, da Milano, dove incontrò Mazzini, fino a Roma, dove Pio IX lo ricevette tre volte; fu ovunque accolto con un favore che, nota il Dizionario biografico, produsse poco di duraturo.

Il 29 luglio, all’indomani della sconfitta di Custoza, entrò come Ministro senza portafoglio, poi all’Istruzione, nel governo Casati. Dopo l’armistizio, divenuto avversario del nuovo ministero, promosse una Società nazionale per la confederazione italiana. A metà dicembre 1848 il Re gli affidò l’incarico di formare il governo, ed egli assunse anche gli Esteri. Il suo programma, esposto in aula il 16 dicembre, parlava di fare della plebe un popolo vero e proprio, di riprendere la guerra contro l’Austria e di convocare una costituente federativa italiana.

La fine arrivò presto. Per riportare sul trono il Granduca di Toscana, fuggito da Firenze, Gioberti predispose in segreto un intervento di truppe piemontesi. Quando la notizia si seppe, il Parlamento si sollevò e il governo si spaccò: il Re accettò le dimissioni il 21 febbraio 1849. Dopo la sconfitta di Novara, con Vittorio Emanuele II sul trono, entrò come Ministro senza portafoglio nel gabinetto De Launay e fu mandato come inviato straordinario a Parigi: una missione senza compiti precisi, che, secondo lo stesso Dizionario biografico, serviva soprattutto a togliere di mezzo una presenza scomoda. Gioberti si dimise da ogni carica, restituì le somme ricevute per la stampa delle sue opere e scelse un secondo esilio, volontario.

Vincenzo Gioberti in un'incisione pubblicata da L'Illustration il 14 aprile 1849
Vincenzo Gioberti in un'incisione pubblicata da L'Illustration il 14 aprile 1849 — Autore sconosciuto, Public domain. Wikimedia Commons

Gli ultimi anni a Parigi

A Parigi lavorò con intensità e visse in modo sobrio: rifiutò la pensione che gli fu proposta e ogni avanzamento ecclesiastico. Il 30 maggio 1849 la Congregazione dell’Indice condannò Il gesuita moderno; Gioberti rispose, nelle lettere private, con sarcasmo, ma in pubblico scelse il silenzio. Nel 1851 uscì in due volumi Del rinnovamento civile d’Italia, stampato a Parigi sotto la sua sorveglianza. Qui l’autore riconosceva i propri errori di previsione sulla politica del Papa e affidava le speranze dell’unificazione alla monarchia sabauda, con Roma capitale di un’Italia laica e civile. Il libro attaccava duramente il potere temporale dei pontefici e molti esponenti della classe dirigente piemontese, e suscitò una tempesta di polemiche.

Il 14 gennaio 1852 il Sant’Uffizio condannò l’intera sua produzione, quale ne fosse la lingua. Gioberti rispose con due opuscoli ai suoi critici piemontesi; il secondo, Ultima replica ai municipali, rimase in sostanza inedito, perché dopo la morte del vecchio amico Pinelli ne fece distruggere le oltre milleduecento copie già stampate, e ne sopravvisse una sola. Mise invece in circolazione un Preambolo in cui rendeva omaggio al defunto: fu l’ultimo testo che pubblicò in vita.

Le opere principali

  • 1838 — Teorica del sovrannaturale, Bruxelles
  • 1839-1840 — Introduzione allo studio della filosofia, tre volumi
  • 1841 — Del bello, il primo suo libro stampato in Italia
  • 1843 — Del buono
  • 1843 — Del primato morale e civile degli italiani, due volumi
  • 1846-1847 — Il gesuita moderno, Losanna
  • 1851 — Del rinnovamento civile d’Italia, due volumi, stampato a Parigi
  • 1856-1861 — gli scritti postumi, curati da Giuseppe Massari: tra essi la Filosofia della rivelazione e, nel 1857, la Protologia

La morte

Gioberti morì all’improvviso in un appartamento semplice della capitale francese, il 26 ottobre 1852. Secondo il Dizionario biografico non c’era nessuno con lui; Wikipedia in inglese e in italiano parlano di un colpo apoplettico. Aveva cinquantun anni. Fra le sue carte rimase una quantità di manoscritti e di opere incompiute, che il Dizionario biografico paragona a un continente sommerso, importante quanto i libri stampati; Massari ne curò una prima edizione, a Torino, fra il 1856 e il 1861, con criteri che gli studiosi giudicano poco rigorosi. L’edizione nazionale delle opere, in trentotto volumi, è affidata, secondo Wikipedia in italiano, a un istituto della Sapienza di Roma.

Dove riposa

L’elenco delle persone illustri sepolte nel Cimitero monumentale di Torino, su Wikipedia in italiano, include Vincenzo Gioberti, e anche Wikidata indica il Cimitero monumentale di Torino come luogo di sepoltura. Le fonti che abbiamo consultato non dicono quando né come la salma sia tornata da Parigi a Torino, né dove si trovi la tomba all’interno del Cimitero.

L’eredità

Gioberti non fu un grande uomo di governo, e il Dizionario biografico lo mostra come un politico impulsivo, spesso in contrasto con gli stessi alleati. Il suo peso sta nelle idee. Treccani lo colloca tra i punti più alti del pensiero politico italiano dell’Ottocento, e il Dizionario biografico osserva che gran parte della cultura dei due secoli successivi dovette fare i conti con la sua eredità, dall’idealismo al federalismo, dal popolarismo di Luigi Sturzo alla cultura democratico-cristiana. Come filosofo gli studiosi lo giudicano in modo diverso: Wikipedia in italiano ricorda il giudizio severo di Victor Cousin, per il quale era troppo legato alla teologia per essere un vero filosofo.

A Torino il suo nome è rimasto nella toponomastica e nelle scuole: nel 1865 nacquero i primi due licei della città, intitolati uno a Cavour e l’altro a Gioberti: è il Liceo classico Vincenzo Gioberti. In piazza Carignano, a Torino, sorge un monumento a lui dedicato. Nel 1846 l’Accademia reale del Belgio lo aveva accolto fra i suoi associati, secondo la Wikipedia tedesca.

Il monumento a Vincenzo Gioberti in piazza Carignano, a Torino (2012)
Il monumento a Vincenzo Gioberti in piazza Carignano, a Torino (2012) — Alessandro Ricci (Alrige), CC BY-SA 3.0. Wikimedia Commons

Date da ricordare

  • 5 aprile 1801 — nasce a Torino
  • 19 marzo 1825 — è ordinato sacerdote
  • 31 maggio 1833 — è arrestato; segue l’esilio
  • Dicembre 1834 — comincia a insegnare a Bruxelles
  • 1843 — esce il Primato
  • 29 aprile 1848 — rientra a Torino dopo quattordici anni
  • 16 dicembre 1848 — presenta il programma del suo governo
  • 21 febbraio 1849 — si dimette da Presidente del Consiglio
  • 14 gennaio 1852 — il Sant’Uffizio condanna tutte le sue opere
  • 26 ottobre 1852 — muore a Parigi

1801–1852

Dove riposa

Cimitero Monumentale, Torino, Torino (TO)

Da dove viene quello che c'è scritto

Immagine: David Alois Schmid, Public domain (Wikimedia Commons)

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